Running Up That Hill || Soukoku (capitolo 1)

1.

“Che cosa faresti se all’improvviso ti vedessi attraverso gli occhi di qualcun altro? Se davanti a te comparisse il vero te stesso: ciò che in realtà sei e non ciò che ogni giorno fingi di essere”.

~

Quella notte i deboli raggi della luna s’intravvedevano appena; attraverso la coltre di nuvole che durante le ore del tramonto si erano ammassate sopra la città, solo qualche sprazzo di chiarore qua e là diventava visibile all’occhio di chi rivolgeva la propria attenzione verso il cielo in cerca di un po’ di luce.

«Questo posto mette i brividi».

Con un’occhiata nervosa, Atsushi fece passare lo sguardo sull’intero profilo del cantiere immerso nell’ombra e nel silenzio. Aveva in viso la stessa espressione diffidente di un gatto costretto a camminare pericolosamente vicino ad un grosso cane addormentato.

«Non dirmi che hai paura», ridacchiò Dazai a bassa voce.

Se possibile, le spalle del ragazzo a fianco a lui s’incurvarono ancora di più.

«Solo un’incosciente non proverebbe almeno un minimo d’inquietudine a introdursi in un posto del genere nel buio più completo».

L’allusione arrivò più che chiara, ma Dazai decise anche questa volta di ignorarla e assestare invece una rigorosa pacca fra le scapole dell’altro prima precederlo attraverso l’entrata priva di porta del palazzo costruito solo a metà.

«Non è del luogo che dovresti preoccuparti, ma di quello che potremmo trovarci dentro».

Dalle sue spalle giunse un sospiro avvilito, «Grazie. Adesso mi sento molto meglio».

Senza aggiungere altro, i due si avventurarono all’interno dell’edificio impegnandosi a ridurre ogni forma di comunicazione a semplici e, soprattutto, silenziosi gesti. Avevano fatto solo qualche decina di metri quando gli occhi di Atsushi saettarono verso di lui illuminati da un curioso riflesso quasi innaturale.

Con un cenno del capo, il ragazzo gli indicò una rampa di scale che saliva al piano superiore, appena oltre una spaziosa sala che aveva tutta l’aria di essere destinata a diventare la hall di un qualche hotel di lusso.

Dazai annuì facendosi avanti fianco a fianco all’altro.

‘Stanza 501. Il vero mistero del mondo è ciò che è visibile, non l’invisibile’.

Non faceva che rigirarsi quelle parole nella testa dal momento in cui avevano messo piede in quel cantiere spettrale, più diffidente che realmente preoccupato. Chiunque avesse mandato all’Agenzia quel misterioso messaggio, si era certamente preoccupato di accendere la loro curiosità senza però rivelare nulla né di se stesso, né del motivo per cui avesse deciso di attirarli lì quella notte.

Una cosa, in ogni caso, era sicura: la prudenza non sarebbe mai stata troppa.

Fu con quel pensiero nella mente che, una volta arrivati al terzo piano, senza quasi rendersene conto allungò i propri passi in modo da poter precedere Atsushi in ogni nuovo ambiente che si presentasse davanti a loro.

«Dazai».

Un richiamo improvviso e asciutto, la voce appena udibile.

Il giovane si volse per interrogare Atsushi con lo sguardo, scoprendolo intento a fissare con insistenza le scale dalle quali erano appena venuti.

«Sta arrivando qualcuno».

Si mossero all’istante.

Insieme presero posizione alla destra delle scale, spalle contro il muro e sensi all’erta in cerca del più minimo indizio che potesse rivelare qualcosa sull’identità dell’intruso in arrivo.

Quindi attesero.

Un secondo.

Cinque.

Dodici.

«Guardate che lo so che siete lì: vi ho visti entrare nell’edificio», risuonò all’improvviso una voce del tutto inaspettata.

Inaspettata e familiare.

Dazai avrebbe riconosciuto quella voce ovunque. Così come avrebbe riconosciuto ovunque la voce di ogni suo ex-compagno.

«Tana per Dazai», annunciò con tono annoiato il membro esecutivo della Port Mafia guadagnando l’ultimo gradino della scalinata. Un attimo dopo, sul viso del giovane si formò un sorriso sbieco, nel mentre che i suoi occhi azzurri saettavano immediatamente su Dazai.

«È proprio vero che chi non muore prima o poi si rivede, eh, Chuuya?», fece lui scostandosi dal muro.

«Trattandosi di te, poi, è ancora più sorprendente».

Ci fu appena il tempo di un gelido scambio di occhiate, prima che Atsushi trovasse il coraggio d’intromettersi nel loro breve discorso puntando su Chuuya tutta la propria attenzione. Lo puntò come un animale spaventato in procinto di saltare alla gola del suo aggressore.

«Quindi sei stato tu a mandare all’Agenzia quel messaggio».

Gli occhi dell’altro si spalancarono di un poco per la sorpresa, «Ah, allora l’avete ricevuto anche voi…». Con un gesto tanto fluido quanto calcolato, Chuuya sfilò un biglietto dalla tasca interna del proprio cappotto e lo fece sfilare davanti ai loro nasi. «Intendi questo messaggio, giusto?».

Nonostante la scarsità di luce, le parole a inchiostro spiccavano chiare sullo sfondo bianco della carta.

‘Stanza 501. Il vero mistero del mondo è ciò che è visibile, non l’invisibile’.

Dazai e Atsushi si guardarono l’un l’altro.

Se non era stata la Port Mafia a mandare quel messaggio…

«Esatto», confermò Chuuya interpretando alla perfezione i pensieri di entrambi, «Si tratta della Guild».

«Ne avete la certezza?», domandò Dazai accigliandosi.

Una breve scrollata di spalle accompagnò la risposta dell’altro. «Siamo qui per scoprirlo, no?».

Quella nottata stava prendendo una piega tanto inaspettata quanto… assurda.

Per quanto Dazai camminasse una manciata di passi davanti a loro, poteva chiaramente avvertire contro la schiena la solida tensione che si era immediatamente venuta a formare tra Atsushi e Chuuya.

O meglio: il nervosismo di Atsushi nei confronti di Chuuya.

Mentre il ragazzo pareva costantemente sul punto di reagire fisicamente al minimo cenno di ostilità, il giovane membro della Port Mafia dimostrava invece di essere perfettamente in grado di ignorare la presenza dell’altro.

Un sorrisetto sfuggì alle labbra di Dazai.

«Puoi stare tranquillo, Atsushi: non è contro di lui che dovrai combattere stanotte».

«Per tua fortuna», aggiunse subito dopo Chuuya.

Un buffo verso a metà fra un sospiro e un ringhio risalì la gola del ragazzo-tigre, «Non sono comunque sicuro di volermi fidare».

Sbirciando oltre la propria spalla, Dazai scoccò un’occhiata in direzione di Atsushi fingendo un’espressione profondamente dispiaciuta.

«Temo dovrai farci l’abitudine. La nostra cappelliera, qui, non se ne andrebbe nemmeno se glielo chiedessi gentilmente».

«Come mi hai chiamato?!».

Per tutta risposta, lui sorrise apertamente. Il genere di sorriso che sapeva avrebbe fatto imbestialire Chuuya. Sollevò quindi la mano destra ignorando qualsiasi cosa quello stesse per dire e con l’indice indicò il corridoio davanti a loro.

Erano arrivati al quinto piano.

«La stanza dovrebbe essere da queste parti».

Fece per guardarsi attorno in cerca della porta giusta, rendendosi conto solo in quel momento che nessuna delle stanze di quel piano possedeva ancora una porta.

«Fantastico», sbottò Chuuya alle sue spalle, «Non dirmi che dobbiamo contarle tutte una per una».

«Forse non ce ne sarà bisogno».

Questa volta fu Atsushi a parlare. Il ragazzo si era fatto avanti di qualche passo, gli occhi puntati sull’ala del piano che si apriva alla loro sinistra; la sua attenzione passò poi a Dazai.

«Laggiù».

Sia lui che Chuuya seguirono la direzione indicata individuando all’istante ciò che aveva attirato l’attenzione del ragazzo: una luce soffusa e innaturale proveniva da una delle stanze in fondo al corridoio, una luce fredda come i raggi della luna.

«Questa storia non mi piace», mormorò Chuuya avviandosi verso la stanza, Dazai e Atsushi subito dietro. Si arrestò di scatto non appena fu davanti all’entrata senza porta, i suoi occhi chiari e spalancati che riflettevano la luce bianca come due spie luminose. «Questa storia non mi piace per niente».

«Ma cosa…?!», gli fece eco Atsushi inalando bruscamente.

Davanti a loro si apriva una suite non ancora completata, dove le pareti mancavano dell’intonaco e la grande finestra panoramica che affacciava sul lato sud del palazzo altro non era che una bocca vuota spalancata sulla notte. Niente vetrate che tagliassero fuori il freddo, o che separassero il pavimento dal vuoto.

Non fu quel particolare però a mettere immediatamente all’erta tutti i sensi di Dazai.

Furono le decine e decine di specchi da terra e da muro che riempivano l’intero ambiente.

Immediatamente fu chiara la natura di quella particolare e intensa luce: la luna era riuscita ad emergere da dietro la coltre di nuvole proiettando i suoi bianchi raggi attraverso la finestra, dritti dentro a un astuto gioco di specchi che li catturava e li rifletteva attraverso tutta la stanza inondandola di luce.

«Sono certo che, una volta ultimata, questa suite sarà bellissima», parlò senza preavviso qualcuno dal fondo della camera. Comparve da dietro uno degli specchi, un uomo ben vestito dal sorriso tanto affabile quanto falso. «Non si può ancora considerare un luogo degno di ricevere ospiti, ma spero mi perdonerete per questa mia fastidiosa mancanza. Benvenuti, quindi».

L’uomo accompagnò il saluto con un elegante inchino.

«Oh, un educato gentiluomo», esordì Dazai facendosi avanti di qualche passo, «Non abbastanza educato da presentarsi ai suoi ospiti prima di invitarli nel suo salotto di lusso, però».

Il sorriso sul volto dell’altro non mutò di un millimetro.

«Immagino possiate comprendere il motivo di tanta segretezza. Potete chiamarmi Oscar, se lo desiderate».

«Ma come diavolo parla questo?», mormorò esasperato Chuuya. Si era fatto avanti anche lui e ora fissava l’uomo di nome Oscar dritto negli occhi, la postura del corpo e l’espressione atona del viso che dissimulavano perfettamente qualsiasi traccia di tensione. «Sei uno della Guild, non è vero?».

Prima di parlare, l’altro ristette in un lungo silenzio.

«Chuuya Nakahara. Membro esecutivo della Port Mafia, nonché detentore di una delle abilità più temute della città. Per essere uno che occupa una posizione tanto alta all’interno della mafia, ti preoccupi davvero molto per i tuoi sottoposti, mh?».

Un’ombra di sorpresa attraversò gli occhi di Chuuya, ma non ebbe alcun modo di ribattere perché l’attenzione di Oscar era già scivolata su Dazai.

«Osamu Dazai. Ex-membro della Port Mafia e uomo altrettanto temuto in tutta Yokohama. Un tempo eri l’immancabile metà dell’infallibile duo chiamato “Doppio Nero”, ma poi… accadde qualcosa», una pausa, una quasi impercettibile stetta di spalle, «Non mi è ancora del tutto chiaro il motivo per cui decisi di abbandonare la Port Mafia e schierarti contro coloro che ti hanno cresciuto, ma trovo particolarmente interessante il tuo costante desiderio di morire».

Anche senza voltarsi, Dazai sapeva che lo sguardo di Atsushi era ora fisso sulla sua schiena. Stava aspettando di scoprire in qualche modo avrebbe reagito alle parole di Oscar?

Chiuse gli occhi.

Li riaprì.

E sorrise.

«‘Immancabile metà’?».

«Ti assicuro che anche all’epoca Dazai era tutt’altro che “immancabile”», sbuffò Chuuya scostandosi una ciocca dal viso con un movimento secco del capo.

L’unico commento da parte di Oscar fu un sorriso pacato. Niente di più. I suoi occhi erano già passati oltre.

Su Atsushi.

«Sono felice di vedere che ci sei anche tu, ragazzo-tigre. Mi hai risparmiato il disturbo di venire a cercarti: te ne sono grato».

La reazione del ragazzo fu istantanea. Le sue braccia si trasformarono in grosse e bianche zampe munite di artigli neri, mentre l’espressione che aveva in viso si trasformava in una maschera di determinazione.

«Se pensi che mi lascerò catturare senza combattere…».

«Oh, non ce ne sarà bisogno».

Fu in quel momento.

Fu in quel momento che Dazai capì troppo tardi di aver portato se stesso e Atsushi all’interno di una gigantesca trappola.

«Che cosa faresti…», parlò ancora l’uomo nel mentre che spalancava le braccia ai lati del corpo. Teneva gli occhi chiusi, come se quelle parole non fossero riferite a nessuno in particolare. «Che cosa faresti se all’improvviso ti vedessi attraverso gli occhi di qualcun altro? Se davanti a te comparisse il vero te stesso: ciò che in realtà sei e non ciò che ogni giorno fingi di essere».

Gli specchi attorno a loro presero improvvisamente a brillare, una luce talmente abbagliante che Dazai dovette schermarsi gli occhi con una mano.

Si voltò in direzione di Atsushi.

Lo cercò sforzandosi di fendere quella luce sovrannaturale con lo sguardo.

Nello stesso istante, un acuto scricchiolio risuonò nella stanza.

Gli specchi.

Gli specchi stavano iniziando a incrinarsi.

«Sapete… A questo mondo vi sono solo due tragedie».

Gli occhi di Dazai bruciavano, ma non osò chiuderli un solo istante. Atsushi era lì davanti a lui, gli sarebbe bastato allungare la mano e afferrargli il braccio.

«Una è non ottenere ciò che si vuole, l’altra è ottenerlo».

Tutt’attorno le superfici degli specchi si stavano rapidamente riempiendo di crepe scricchiolando e tintinnando in modo sinistro. Non c’era più tempo.

Gettandosi in avanti, Dazai riuscì ad afferrare il polso di Atsushi e trarlo vicino a sé. Guardò i suoi occhi luminosi e confusi.

Gli sorrise.

«Questa seconda è la peggiore», la voce di Oscar pareva lontanissima, «La vera tragedia».

Infine, sforzando i muscoli del proprio braccio al massimo, Dazai ruotò su se stesso e spinse il ragazzo oltre il bordo della finestra.

Ti chiedo scusa, mormorò nella propria testa quando l’espressione di Atsushi si trasformò in puro terrore.

Lasciò la presa facendolo cadere nel vuoto.

«Dazai!».

Il richiamo urgente di Chuuya arrivò quasi nello stesso istante.

Ma lui non fece in tempo a voltarsi. Riuscì solamente a scorgere gli occhi dell’altro nel riflesso di uno specchio vicino. Erano spalancati e incredibilmente azzurri, e lo fissavano pieni di un’emozione alla quale non seppe dare un nome.

Poi, gli specchi esplosero attorno a loro.

~

Un suono tagliente gli trapassava il cranio da parte a parte, un fischio acuto e continuo, tanto fastidioso per i timpani da costringerlo in una smorfia sofferente. I suoi sensi avevano smesso di funzionare correttamente.

Non vedeva più nulla.

Non percepiva più il pavimento sotto ai piedi.

Sulla lingua aveva solo il sapore ferroso del sangue.

Sono ferito?

Provò a muovere il braccio, ma un’inaspettata scossa di dolore lungo l’intera lunghezza dell’arto lo fece gemere.

Poteva considerarlo un buon segno: se provava dolore, significava che era ancora vivo.

Cosa diavolo… è stato…?

Strizzò gli occhi, sbatté le palpebre più e più volte nel tentativo di mettere a fuoco ciò che aveva davanti.

Era…

Era…

Il pavimento?

In un barlume di lucidità ritrovata, comprese che sotto i suoi piedi non c’era più nulla per il semplice fatto che il suo corpo si trovava ora accasciato a terra, il pavimento duro premuto contro la guancia destra e un braccio bloccato fra stomaco e mattonelle.

Per la seconda volta provò a muoversi.

Andò meglio: il dolore ai muscoli fu acuto, sì, ma non abbastanza da impedirgli di puntellare il braccio libero a terra e su questo fare leva per sollevarsi di un poco. Riuscì a sfilare da sotto al proprio corpo anche l’altro braccio, guadagnando in questo modo un sostegno in più.

Ancora, però, non riusciva a mettere a fuoco l’ambiente circostante.

Attorno a lui c’erano solo macchie di colori scuri e forme a malapena riconoscibili.

Dov’era…? Dov’era finito quell’uomo?

E dov’era finito Dazai?

«…Dazai…!», ansimò sforzando senza risultato i propri occhi.

Fu solo a quel punto che parte delle sue terminazioni nervose si riattivarono permettendogli finalmente di rendersi conto del dolore acuto alla tempia e del sangue sul suo viso.

Soffocò un’imprecazione e abbassò il capo strusciandosi come meglio riusciva contro il proprio avambraccio nel tentativo di ripulirsi gli occhi dal sangue. Funzionò discretamente: quando tornò a risollevare la testa, riuscì di nuovo a vedere la stanza attorno a sé.

Era buia, deserta, cosparsa di schegge e frammenti di specchi.

Nessuna traccia di Oscar.

«Dazai!», chiamò ancora.

Qualcosa non andava.

Percepiva come una strana sensazione alla bocca dello stomaco, una sensazione estremamente sbagliata.

Qualcosa non andava.

Perché quell’uomo se n’è andato così all’improvviso?

Qualcosa non andava.

Dov’è Dazai?

Qualcosa non andava.

Inalò più aria che poté, poi chiamò di nuovo il nome di Dazai. Lo urlò quasi.

Persino la sua stessa voce gli sembrava sbagliata. Più bassa. Roca. Diversa ma al tempo stesso comunque familiare.

«…Chuuya?».

Fu un richiamo basso e incerto, ma bastò perché Chuuya localizzasse la direzione dalla quale arrivò.

Inspirò profondamente, quindi fece forza sulle proprie braccia e spinse sollevando il proprio corpo fino a ritrovarsi in ginocchio. La manovra gli causò un momentaneo capogiro che lo costrinse a chiudere gli occhi.

«Sei ancora vivo anche tu, bene», ansimò portandosi una mano al viso, «Per un momento ho pensato che quel tizio ti avesse…».

La voce di Chuuya si spense poco a poco.

Ammiccò senza capire, la mano ancora sospesa davanti a sé.

…cosa?

Si fissò il braccio confuso, cercando di comprendere come mai fosse avvolto in uno spesso strato di bende e vestiva una manica che non apparteneva al suo solito cappotto nero.

E allora si vide.

Si vide per davvero.

I vestiti che aveva addosso non erano suoi, l’odore che sentiva su di essi non gli apparteneva. Così come non gli apparteneva il piccolo gioiello ovale che aveva legato al petto.

Quelle cose erano di…

«Ohi, Dazai! Perché ho addosso i tuoi…?!».

Per la seconda volta, la voce gli morì nella gola.

Nel parlare, Chuuya si era voltato su se stesso in modo da dirigere il proprio sguardo nella direzione in cui aveva sentito la voce dell’altro. Solo che la persona che trovò davanti a sé non era Dazai.

«Che… Che scherzo è questo?», mormorò incredulo, occhi negli occhi con… se stesso.

L’altro Chuuya lo fissava con espressione altrettanto sconvolta, i grandi occhi azzurri spalancati dalla confusione e da qualcosa di molto simile all’orrore.

E stettero così per lunghi istanti, fissandosi l’un l’altro incapaci di dire una singola parola, finché un’inquietante dubbio non scivolò nella mente di Chuuya suggerendogli di abbassare lo sguardo sui frammenti di specchi sparsi sul pavimento attorno a lui. Mosse una mano per afferrare uno dei frammenti più grandi e inclinarlo quel tanto che bastava perché gli restituisse il riflesso del suo viso.

Era il viso di Dazai.

Stessi capelli ondulati.

Stessi occhi castani.

Stessi inconfondibili lineamenti.

L’unica differenza era una ferita alla tempia sinistra che ancora sanguinava sporcandogli la guancia di rosso.

Chuuya deglutì a fatica, lo sguardo che si spostava freneticamente dal riflesso nel pezzo di specchio alla persona inginocchiata a pochi passi da lui.

…com’era possibile?

Gli specchi… Quell’uomo…

«I nostri corpi…», lasciò cadere lo specchio che andò ulteriormente in pezzi, «Dev’essere stata l’abilità di quell’uomo… Deve aver in qualche modo…». Esitò quando la sua attenzione ritornò su quello che doveva essere Dazai. Gli occhi dell’altro erano assenti e al tempo stesso immobili su di lui, spalancati e fin troppo brillanti sul quel viso ora incredibilmente pallido.

«…Dazai?».

Il giovane si riscosse all’improvviso, o piuttosto sussultò.

Lo vide nascondere il viso contro una mano.

Fu incredibilmente strano per Chuuya vedere il proprio corpo mentre compiva quel gesto.

«Fantastico… Adesso sono bloccato nel corpo di una cappelliera».

«Ringrazia di trovarti nel corpo illeso, piuttosto!», ringhiò immediatamente lui di rimando.

Distolse lo sguardo da Dazai e sbuffò.

Corpo diverso ma sempre il solito figlio di buona donna.

Non seppe dire se trovasse la cosa parecchio confortante o solo parecchio irritante. In ogni caso, era grato a se stesso per essere riuscito ad attivare in tempo la propria abilità proteggendosi in tal il corpo da un’esplosione di migliaia e migliaia di schegge affilate.

Cosa che, purtroppo, non valeva per il corpo di Dazai.

Più si guardava, più scopriva tagli e abrasioni sanguinanti su braccia, busto e gambe.

«Muoviamoci», fece nel mentre che sforzava il proprio fisico per rimettersi in piedi, «Prima ritroviamo quel tizio di nome Oscar, prima riavrò indietro il mio corpo. Non ho nessuna intenzione di rimanere dentro a quello di un’idiota aspirante suicida».

Quasi gli si incrinò la voce quando il dolore esplose in ogni suo muscolo facendolo barcollare e quasi cadere di nuovo sul pavimento. Riuscì a mantenere l’equilibrio per pura forza di volontà.

«Che cos’hai intenzione di fare?», gli domandò Dazai fissandolo dal basso della sua posizione comodamente seduta a terra.

«Innanzitutto fare qualcosa per queste ferite. Non ho nessuna intenzione di morire dissanguato dentro al tuo corpo».

L’altro parve pensarci su molto attentamente, dopo di che accennò un sorriso. Vederlo aprirsi sul viso che fino a pochi minuti prima era stato di Chuuya fu orrendo.

«Non sembra una cattiva idea: tu muori e io ho il mio suicidio. Beh… più o meno», si strinse nelle spalle, «Sono due piccioni con una fava».

Chuuya spalancò la bocca per replicare con un qualche insulto, ma prima ancora che potesse parlare, Dazai era già scattato in piedi raggiungendolo in poche falcate. Senza alcun preavviso gli premette una mano sulla bocca zittendolo.

«Dobbiamo andarcene».

L’unica risposta che riuscì a dargli fu un mugugno di protesta contro la sua mano, ma quello lo ignorò completamente.

Gli fece cenno di non parlare e fu allora che Chuuya le udì.

Delle voci in lontananza nel palazzo.

Una apparteneva al ragazzo-tigre, ne era quasi certo. Le altre, invece, non riuscì a riconoscerle.

«Andiamo». Dazai lo lasciò andare per poi dirigersi verso la stessa finestra dalla quale aveva lanciato il ragazzo-tigre poco prima che gli specchi esplodessero. «Se vogliamo ritrovare Oscar avendo come unico indizio solo il suo nome, allora sarà meglio darsi da fare».

«Non aspetti i tuoi compagni?», domandò Chuuya indicando con un cenno del capo la porta d’ingresso della suite, oltre la quale le voci dei nuovi venuti si stavano facendo man mano più chiare e vicine.

Per tutta risposta, Dazai agitò una mano a mezz’aria come a dirgli che non aveva importanza. Dopo di che saltò dalla finestra.

Prima di seguirlo, Chuuya ristette alcuni istanti.

Fissò le proprie braccia e le bende attorno a queste.

No.

Non erano le sue braccia, ma quelle di Dazai.

Sospirò, e barcollando raggiunse la porzione di pavimento sulla quale era stato inginocchiato Dazai.

«Non potevo ritrovarmi in situazione peggiore, dannazione…», mormorò fra sé e sé mentre si chinava a fatica per raccogliere da terra il suo cappello. Guadagnò quindi la finestra; qualche metro più in basso, Dazai lo aspettava in piedi su una delle impalcature del cantiere, il cappotto nero di Chuuya distrattamente ripiegato sotto al braccio.

Sospirò di nuovo.

«No, proprio non potevo…».

Evil Heaven – Cartoomics 2017

Signore e signori. Finalmente. Ufficialmente.
LA DATA D’USCITA DI EVIL HEAVEN.

Sono passati ben sette anni da quando ho iniziato a scrivere questa storia e ora, mentre ufficializzo la presenza del libro al Cartoomics di marzo, ammetto che mi stanno un po’ tremando le gambe. :’)

È con grandissima emozione (e una bella dose d’ansia, lo ammetto *cough*) che finalmente annuncio ufficialmente la data d’uscita di Evil Heaven!
Il 3, 4 e 5 marzo al Cartoomic di Milano, potrete trovare e acquistare in anteprima assoluta (??) il primo volume della saga ‘Rinnaeh Vart’.
Dove, esattamente? Padiglione 16, area self comics, stand 52-53~
Mi troverete allo stand insieme all’artista Kikiart e, oltre al libro, ci saranno come sempre anche i gadget di Looks Like Me e il mio artbook ‘Always Hope’ (info su CrazyKinoko’s Art).
Due artiste con rispettivi lavori, un webcomic e un romanzo. Tutto allo stesso stand! ♥
Ricordo inoltre che, durante tutta la durata della fiera, sarò più che felice di prendere piccole commissioni per disegni da fare sul momento~

Vi aspetto!! \*w*/
(coi fazzoletti pronti perché probabilmente piangerò dall’emozione *cough*)

-Kino-

Kickstarter concluso! Cosa succede adesso?

Siamo giunti alla fine di questa raccolta fondi, ma il progetto è ancora lungo e c’è ancora molto da fare prima di avere finalmente fra le mani la copia cartacea e ebook di Evil Heaven~

Nei prossimi giorni contatterò i partecipanti che hanno acquistato dei pacchetti contenenti poster e/o commissioni per informarmi sulle preferenze di ognuno, così da iniziare a mettere insieme il materiale da spedire. ❤

Cos’altro accadrà adesso?
Innanzitutto, nelle prossime due settimane mi darò da fare per finire tutte le correzioni di EH (sono quasi alla fine, ma continuo a rivedere tutto per paura di lasciare indietro qualche errore ; ; ), dopo di che sarà il momento di impostare la cover del libro e gli ultimi ritocchi alle pagine “extra” (come i ringraziamenti, i contatti, ecc…). Il grosso dell’impaginazione è ormai fatto, quindi le ultime cose che a quel punto rimarranno sarà la gestione dei codici isbn e delle impostazioni di pubblicazione~

Se tutto va bene e ho calcolato bene le tempistiche (purtroppo non posso sapere per certo quanti giorni esattamente ci vorranno per stampare tutte le copie), i volumi dovrebbero arrivarmi per la fine di gennaio/inizio febbraio.
Spero quindi di riuscire a spedire i pacchetti a tutti voi durante il mese di febbraio. > <
Il volume (salvo imprevisti o modifiche dell’ultimo momento) sarà in formato 6″x9″ (15.24 x 22.86 cm) , con copertina morbida e 430 pagine. (prima dell’impaginazione erano 600 *!!!*)
Il prezzo esatto di copertina purtroppo ancora non l’ho potuto decidere: ho prima bisogno di sapere esattamente quanto mi verrà a costare ogni singola copia. Approssimativamente parlando, però, sarà fra i 20 e i 25 euro.

Credoooo di aver detto tutto. In caso contrario, non esitate a contattarmi sulla piattaforma che più preferite! (Kickstarter, Facebook, Blog, ecc…)
Sarò più che felice di rispondere alle vostre domande. ❤
Ragazzi, grazie ancora per tutto l’aiuto e il sostegno!
Vi adoro tutti ❤

-Kino-

OBBIETTIVO RAGGIUNTO: 550€!!!

OBBIETTIVO RAGGIUNTO: 550€!!!

Ancora stento a crederci ma… CE L’ABBIAMO FATTA!!!
È ufficiale: Evil Heaven verrà DAVVERO stampato e pubblicato! E questo è anche merito vostro e del sostegno che mi avete donato. Quindi..
GRAZIE. GRAZIE. GRAZIE. A tutti voi! 

Che cosa succede ora?

Manca ancora tempo alla fine della raccolta fondi, questo significa che entro il 13 Gennaio chiunque potrà continuare a partecipare donando una determinata somma in cambio di un determinato pacchetto.

In qualsiasi caso, il progetto è ufficialmente andato in porto: Evil Heaven sarà pubblicato, sicuro al 100%! ❤

Nel mentre, vi propongo un NUOVO OBBIETTIVO: 700€!
In caso di raggiungimento della nuova cifra, aggiungerò ai pacchetti di tutti i partecipanti delle rewards extra: un poster (per ora) inedito a tema Rinnaeh Vart e un set di tre segnalibri con i personaggi principali della storia (Art, Ocean e Yurah).

Per donare basta cliccare *QUI*, selezionare “back this project” e seguire le istruzioni.

Le illustrazioni sono ancora in work in progress, ma non appena le avrò pronte caricherò delle anteprime così che possiate vederle! ❤

 

Grazie, ragazzi.
Grazie di cuore.

-Kino-

Evil Heaven e Kickstarter: raccolta fondi

È FINALMENTE INIZIATA!!
HELP.

Signore e signori, umani e non-umani: ho il piacere di presentarvi il Kickstarter dedicato a Evil Heaven!

Di cosa si tratta?
In parole semplici, Kickstarter è un sito internazionale di crowdfunding, ovvero un portale virtuale sul quale si possono presentare dei progetti e richiedere somme di denaro finalizzate a realizzarli. In cambio di determinate rewards, gli utenti possono donare soldi finanziando in tal modo questo o quell’altro progetto.
Da stanotte, inizia la raccolta fondi dedicata a Evil Heaven.
La raccolta durerà 60 giorni (il termine è previsto per il 13 Gennaio alle 23.59) e in caso di successo, i soldi guadagnati verranno tutti usati per la stampa delle prime centocinquanta copie cartacee del libro.

E il lettore cosa ci guadagna?
Tutti coloro che decideranno di partecipare alla raccolta fondi, avranno la possibilità di acquistare dei “pacchetti” esclusivi in base all’importanza della donazione fatta: il volume cartaceo, posters a tema Rinnaeh Vart, disegni originali fatti da me…
Qui potete trovare tutte le rewards fra cui scegliere~

Per qualsiasi informazione e/o delucidazione, non esitate a chiedere direttamente a me contattandomi sulla pagina facebook via messaggio privato!

Pronti???
Via! \•w•/

Il ragazzo, l’orologio e la pioggia

Il ragazzo sollevò le dita dalla tastiera del computer e chiuse gli occhi.
Inspirò profondamente. Espirò.

Tornò a sollevare le palpebre solo dopo che il ticchettio dell’orologio vicino ebbe scandito il silenzio raccoltosi nella stanza con sessanta brevi rintocchi, flebili e un po’ taglienti.

Spostò quindi lo sguardo in direzione della finestra.

Era una di quelle giornate in cui il mondo sembrava essere diventato d’un tratto un po’ più scuro. Il cielo, una spessa coperta grigia senza sfumature o ricami a darle un poco di tridimensionalità, premeva sui tetti della città come schiacciandoli fra la propria opprimente presenza e l’asfalto bagnato; palazzi che un tempo erano stati luminosi, ora sfoggiavano tinte fatte di colori stanchi.

E poi la pioggia.

Il ragazzo inclinò il capo.

Stava davvero piovendo?

Osservò una porzione di paesaggio appena oltre l’ultimo condominio della via, in cerca di uno sfondo scuro che mettesse in risalto le gocce di pioggia.

Eccole lì.

Erano microscopiche. Leggerissime.

Più simili a nebbia che a una vera e propria precipitazione. Abbastanza, però, da infradiciare la strada e i mezzi di passaggio.

Non faceva alcun suono, notò il ragazzo con una punta di delusione.

Lui amava il suono della pioggia, lo rilassava.

E invece, nella stanza piena di un silenzio asciutto, l’unica cosa che riusciva a percepire non appena perdeva la concentrazione sui propri pensieri era il ticchettio ritmico dell’orologio. Lo odiava, quel ticchettio. Odiava i rumori ritmici, quelli che ti penetrano nella testa come un ago sottile ma fastidioso, quelli che ti distraggono sia dalla realtà che dalla fantasia, che t’ipnotizzano in un limbo a metà fra il nervosismo e l’esasperazione.

Il ragazzo cominciò allora a canticchiare a bocca chiusa.

Mise in fila qualche nota a caso, senza seguire nessuna canzone in particolare, mormorando così nel silenzio una melodia nuova e dal ritmo sempre diverso. Una melodia incerta che sarebbe di certo sfumata in pochi attimi, fuggita per sempre dalla memoria del ragazzo.

Lui tuttavia continuò a canticchiare.

Le note presero pian piano senso, trovarono da sole un ordine preciso sollevando nella testa del ragazzo quella canzone che sempre aveva il potere di riempirlo. Semplicemente, riempirlo.

Aprì la bocca e cantò una frase.

Ne cantò un’altra.

Venne il ritornello, e la sua voce si alzò di un poco.

Interpretò a occhi chiusi la sua canzone accennando un sorrisetto sodisfatto di tanto in tanto.

Fanculo a quell’orologio.

Avrebbe cantato. Avrebbe cantato fino a che la pioggia, fuori, nel sentirlo avrebbe sollevato anche lei la voce per cantare assieme al ragazzo.

Fu così che il rintocco dei secondi perse forza e significato, non abbastanza per carpire di nuovo la sua attenzione, non abbastanza per metter bocca ai suoi pensieri. Abbassò il tono fino a zittirsi, finendo in quello che divenne un quadro meravigliosamente paradossale, dov’era l’orologio a perdersi nella voce del ragazzo e non più viceversa.

E quando infine giunse anche lo scrosciare d’acqua dall’esterno…

Eccoti qui, sorrise lui.

Il ragazzo e la pioggia cantarono assieme per tutto il pomeriggio e per tutto il pomeriggio l’orologio stette ad ascoltarli. Un po’ affascinato, un po’ sconcertato, un po’ grato di quella strana pausa in cui poter far riposare le sue lancette stanche.

L’ultimo ritornello.

L’ultima frase.

L’ultima nota.

La voce del ragazzo si spense, lo scrosciare della pioggia si trasformò in un timido applauso.

L’orologio…

L’orologio sospirò.

Attese un istante ascoltando per la prima volta in vita sua un istante di vero silenzio. Quindi riprese a ticchettare.

Il ragazzo guardò prima la pioggia, poi l’orologio.

Con un sorriso, posò le dita sulla tastiera del computer e concluse la sua storia con una breve e semplice frase.

Tutto scorre.

 

Evil Heaven: finalmente la pubblicazione!

E come promesso sulla pagina facebook, eccomi qui a parlare di quello che accadrà a Evil Heaven ora che la stesura del libro è finalmente conclusa!
Innanzitutto, prima di potersi considerare definitivo, lo scritto andrà letto, revisionato e corretto dai beta reader (e carissimi amici) che con tanto affetto mi stanno aiutando in questo incredibile progetto; nel mentre, mi occuperò di organizzare i primi passi in direzione dell’autopubblicazione (come ad esempio la scelta del sito tramite cui pubblicare, il codice isbn, l’impaginazione del formato ebook e cartaceo, realizzazione della copertina, ecc…).
Questi però saranno gli sviluppi in “background”.
Entro le prossime settimane (non appena li avrò ben corretti e puliti~) caricherò qui sul mio blog e sul mio profilo wattpad i primi sette capitoli del libro, cosicché chiunque possa leggerli gratuitamente e avere una piccola anteprima di quello che sarà Evil Heaven.
Durante il mese di ottobre, lavorerò inoltre all’organizzazione di una raccolta fondi tramite il sito di crowdfounding Kickstarter. Il mio obbiettivo è quello di riuscire a stampare un centinaio di copie di EH e portarle in fiera in modo da guadagnare più visibilità possibile, ma per farlo avrò bisogno di parecchi soldi: a questo servirà la campagna di raccolta fondi.
Ancora non possiedo date sicure da darvi. Approssimativamente parlando, però, al 99% la pubblicazione ufficiale di Evil Heaven avverrà nel 2017 (forse primavera?).

Per ora, tutto quello che posso dirvi è: il libro conta in tutto 20 capitoli e circa 500 pagine, e sarà il primo di una saga che si svilupperà in sicuramente non meno di sette volumi (intitolata per l’appunto “Rinnaeh Vart”).
Il resto… lo scoprirete man mano~

Un’altra notizia che potrebbe interessarvi è che l’8 e il 9 ottobre sarò all’ALEcomics di Alessandria con il mio primo artbook personale “Always Hope”. 82 pagine di sketch, disegni in tecnica tradizionale e illustrazioni digitali, tutti dedicati ai personaggi di Rinnaeh Vart e altre mie storie (fra cui anche Looks Like Me).
Per chiunque fosse interessato a passare, spargerò amore e prenderò commissioni sul momento. Sarò più che felice anche solo di scambiare un saluto o due chiacchiere con voi!
Quindiiiii vi aspetto!
(e poi l’entrata in fiera è gratis 8D )
Mando un abbraccio a tutti quanti voi (mi sento così Morandi, aw <3), sempre grata per tutto il sostegno e l’incoraggiamento che mi regalate.

-Kino-