Mirror || Soukoku (capitolo 2)

2.

 

 

Era come avere addosso un gigantesco peso.

Una forza invisibile e continua avvolgeva il corpo nel quale Dazai si trovava, comprimendolo come una bolla che man mano si restringe sempre di più premendo attorno alla testa, contro il petto, lungo la schiena.

Risvegliarsi in quelle condizioni, dopo essere stato colpito dall’abilità di Oscar, era stato un piccolo inferno: non se l’era aspettato, non l’aveva immaginato, e prima ancora di poter in qualche modo realizzare, Dazai si era ritrovato per lunghi istanti ad agonizzare sul pavimento, i polmoni serrati e le ossa che parevano sul punto di sbriciolarsi.

A salvarlo era stato un minuscolo quanto improvviso barlume di lucidità.

Conosceva bene quella forza, lui.

Molte volte ne aveva avuto a che fare.

Molte volte aveva dovuto sopprimerla col proprio potere di annullamento.

For The Tainted Sorrow.

A quel punto aveva fatto appello a tutta la freddezza di cui era capace, soffocando la confusione, il panico, il dolore, e ad ogni costo aveva costretto se stesso a imporsi l’autocontrollo.

Era stato Chuuya a insegnarglielo, inconsapevolmente. Osservare con attenzione il giovane durante tutti i loro incarichi insieme aveva permesso a Dazai di imparare una delle regole fondamentali del suo potere: l’autocontrollo lo domina, le emozioni lo scatenano.

E se Chuuya era in grado di appellarsi ad un autocontrollo tanto ferreo da tenere costantemente al guinzaglio un’abilità di quella portata, di certo lui poteva fare altrettanto.

Riemergendo dai propri pensieri e dal ricordo di quegli attimi inquietanti, Dazai scoccò un’occhiata di sottecchi al giovane membro della Port Mafia che camminava appena qualche passo avanti a lui. Riuscì a sostenere la vista del proprio corpo solo per alcuni secondi prima di tornare a riabbassare lo sguardo sull’asfalto.

Si guardò allora le mani, avvolte in guanti neri e decisamente più piccole di quelle a cui era abituato.

Dunque era quello il potere con cui Chuuya conviveva ogni giorno della sua vita?

Quel rombo incessante nella parte posteriore della testa, costante, assordante quasi, come il frinire delle cicale in estate. Una risacca furiosa in perenne attesa di un attimo di distrazione grazie al quale poterti sopraffare onda dopo onda dopo onda.

Dazai doveva impiegare più che semplice concentrazione per riuscire a tenere a bada quel potere e al tempo stesso riuscire a focalizzarsi sulla realtà attorno, tant’è che quando Chuuya gli rivolse la parola, poco dopo, lui a stento lo udì.

«Ho detto», sbuffò l’altro quando capì di non essere stato ascoltato, «Che siamo arrivati».

Si era fermato all’ingresso di un modesto complesso di appartamenti, i suoi occhi ora castani puntati su Dazai con un’ombra d’impazienza ad animargli le iridi; fu solo in quel momento che lui si rese conto del braccio che l’altro si era distrattamente infilato sotto al cappotto in modo da poterlo premere contro il fianco probabilmente ferito.

«Dopo tutti questi anni, hai finalmente deciso di invitarmi a salire, Chuuya?».

«È uno degli appartamenti posseduti dalla Port Mafia», ringhiò il giovane di rimando sollevando gli occhi al cielo esasperato, «Piuttosto che farti sapere dove vivo, preferisco non avercela proprio una casa».

Con un passo un po’ barcollante, poi, Chuuya gli si avvicinò per strappargli di dosso il cappotto nero che teneva ripiegato sotto al braccio. Frugò per un momento in una delle tasche interne e ne tirò fuori una tesserina magnetica, dopo di che ridiede il cappotto a Dazai.

«Se lo rovini, ti ammazzo», lo ammonì prima di precederlo all’interno del complesso.

L’appartamento al quale lo guidò si trovava al settimo piano. Così come l’aspetto esterno, anche l’interno non era niente di che in quanto rifiniture o arredamento, vi era l’indispensabile per vivere e niente di più. Solo una cosa riuscì a catturare l’attenzione di Dazai rendendo ai suoi occhi quel posto leggermente più piacevole: la posizione rialzata e l’ampia finestra del piccolo soggiorno regalavano a chiunque si trovasse nella stanza un paesaggio fatto di tetti e insegne luminose, oltre i quali era quasi possibile scorgere in lontananza le luci della baia di Tokyo. Nonostante i grattacieli più alti lo nascondessero alla vista, Dazai sapeva che da qualche parte laggiù c’era il Cosmo Clock, vestito dei suoi led dai mille colori psichedelici.

Si perse a osservare il panorama, sospeso tra le mille luci di Yokohama e quel maledetto rombo all’interno della testa.

E ancora una volta non riuscì a distinguere le parole di Chuuya.

Si voltò per interrogare il giovane con lo sguardo, ma tutto ciò che ricevette fu un’occhiata diffidente.

«Sei sicuro di stare bene?», gli domandò Chuuya aggrottando le sopracciglia.

«Tu come ti sentiresti se un giorno ti svegliassi e ti ritrovassi nel corpo di un nano da giardino? Ah, già… È quello che fai ogni giorno, scusa».

Simulando una calma impeccabile, Chuuya si sfilò il cappotto e lo appoggiò sul tavolo della piccola cucina ad angolo, «Figurati. Non è da tutti svegliarsi ogni giorno nel corpo di un idiota e resistere alla tentazione di suicidarsi, dopotutto. Ah… No, aspetta… Scherzavo».

«Così mi ferisci».

«Esiste davvero al mondo qualcuno capace di ferirti?».

Un blando sorriso da parte di Dazai fu il segnale che quel round l’aveva vinto Chuuya. Doveva ammetterlo: lo preferiva molto di più quando reagiva alle sue provocazioni arrabbiandosi e urlando insulti senza senso.

Senza aggiungere altro a quella gara infinita a “chi odia di più l’altro” tra loro due, quindi, si lasciò cadere a peso morto sul divano sistemato in prossimità della finestra. Quel mobile dava l’idea di essere stato realmente usato soltanto due o tre volte dal momento in cui era stato messo in quell’appartamento, eppure la sua seduta si rivelò essere discretamente comoda.

«Bene», proclamò Chuuya dal nulla, «È arrivato il momento di darsi da fare».

Lanciò a Dazai una scatola di plastica bianca lunga poco meno di due spanne, dopo di che si piazzò davanti al divano e iniziò a togliersi i vestiti laceri e sporchi.

«…oh?», fece lui sollevando un sopracciglio.

Prima ancora che potesse dire o fare qualcosa, Chuuya gli lanciò in faccia il suo stesso gilet.

«Parlo delle ferite, idiota».

Dazai fece appena in tempo a buttare di lato il gilet che anche la camicia gli arrivò in faccia accompagnata da un grugnito irritato.

«Non ci posso credere che ci hai sperato davvero!».

«C’è parecchia differenza tra sperare e semplicemente pensare», si difese lui sollevando le mani a mo’ di resa, «Dopotutto, non sono io quello che si sta spogliando davanti all’altro. Il che, devo dire, mi sta dando un po’ di brividi. Non è propriamente il mio sogno più recondito quello di ricevere come regalo uno spogliarello da me stesso».

«Ti assicuro che vorrei davvero risparmiarmelo anch’io, ma non credo che tu abbia imparato a medicare le ferite attraverso i vestiti durante questi anni con l’Agenzia», ribatté a denti stretti Chuuya.

Lui ammiccò fingendosi perplesso. Lo fece più per distrarsi dall’immagine del proprio corpo a torno sudo davanti a lui, che per effettiva perplessità.

Aveva bisogno di mantenere viva la conversazione e occupata la mente, in questo modo, forse, non si sarebbe soffermato troppo sugli strati di bende che fasciavano il torace e le braccia di quel corpo che adesso non era più suo.

«Vuoi che ti medichi io?».

«Ma dai?».

Un attimo si pausa, poi, «Perché dovrei farlo?».

Chuuya allora si chinò in avanti arrivando a poggiarsi con le mani alle ginocchia del giovane. Piantò i propri occhi in quelli di Dazai.

Fu odioso rendersene conto, ma venire scrutato in quel modo dalle sue stesse iridi castane lo turbò più di quanto si sarebbe aspettato.

«Primo, perché questo corpo è tuo. Secondo, perché è grazie al sottoscritto se ora non sei anche tu ridotto a una specie di colabrodo. E terzo, non posso medicare nessuna ferita senza prima togliere questo maledetto casino di bende. Quindi ti conviene pensarci tu se non vuoi che mi strappi di dosso ogni singola benda e guardi quello che c’è sotto».

In qualche modo, Dazai riuscì a sorridere. Un sorrisetto furbo e affilato, fatto per nascondere il filo di tensione che per un momento gli indurì i muscoli della schiena.

«In realtà non vedevi l’ora di strapparmi di dosso sia le bende che i vestiti, ammettilo».

Chuuya ristette per qualche istante. Raddrizzò quindi la schiena, e senza un accenno di tentennamento afferrò il lembo di una delle bende e iniziò a tirare.

«Va bene! Va bene!», proruppe allora Dazai facendogli spazio sul divano, «Vieni qui. Dove ti hanno preso i vetri?».

«Faccio prima a dirti dove non mi hanno preso».

Nel mentre che l’altro gli si sistemava a fianco sedendosi in modo da dargli la schiena, lui aprì la scatola bianca del pronto soccorso vagliando con lo sguardo bende e disinfettante.

Fu strano.

Molto strano.

Prese fra le mani uno dei rotoli di bende pulite e deglutì piano prima di iniziare a togliere quelle vecchie dal corpo davanti a lui. Sapeva anche senza controllare che Chuuya stava tenendo gli occhi chiusi. Sapeva anche senza controllare che li avrebbe tenuti chiusi fino a che non avesse finito.

Fu strano.

Molto strano.

Aveva bendato e ribendato quel corpo così tante volte, ma mai lo aveva fatto con la coscienza che ciò avrebbe portato sollievo a qualcuno. Nascondeva i propri segni e le proprie ferite sotto spessi strati di medicazioni per necessità, non certo per il benessere del corpo in cui viveva, e mai una sola volta i suoi pensieri avevano anche solo lontanamente sfiorato l’idea che una condotta del genere avrebbe potuto dare dolore a qualcuno che non fosse lui stesso.

Mentre ora… si trovava costretto a occuparsi del suo corpo mettendoci attenzione e gentilezza.

Si trovava costretto a… a prendersene cura.

Ora, il suo corpo era lì davanti a lui con tutte le sue bende, i suoi segni e i suoi ricordi. I ricordi dei combattimenti, delle ferite, di tutte quelle volte che aveva provato a suicidarsi. Ma a “indossarlo” adesso non era più lui, bensì qualcun altro. Adesso, ferire il suo stesso corpo significava ferire qualcun altro.

Realizzare una realtà simile fu come ricevere un pugno in pieno viso.

«…tutto ok? Sono messo così male?», mormorò d’un tratto Chuuya riscuotendolo dai suoi pensieri.

«Mh… Niente di grave, direi».

I seguenti venti minuti li passò in silenzio, concentrato unicamente nell’arduo compito di medicare il corpo in cui ora si trovava Chuuya senza stringere troppo i bendaggi o disinfettare troppo bruscamente, senza strappare via le garze vecchie dalle ferite aperte ma piuttosto rimuovendole lentamente man mano che le bagnava con il disinfettante per renderle il più morbide e maneggiabili possibile. Ascoltò con attenzione ogni respiro di Chuuya, ogni muscolo che sussultava silenziosamente per il dolore, ogni spasmo delle sue mani chiuse a pugno, regolandosi su quei piccoli e quasi impercettibili indizi in modo da rendere il processo di medicazione il meno doloroso possibile.

Ma ad ogni segno di disagio da parte dell’altro, Dazai si rendeva conto di quanta poca gentilezza le sue mani conoscessero. Le aveva usate così tante volte per far del male a se stesso che adesso si riscopriva incapace a usarle per alleviare il dolore di qualcun altro.

Ciò, inaspettatamente, insinuò in lui una vena di tristezza.

«Fatto», annunciò infine dando una lieve pacca fra le scapole dell’altro, ben attento a non colpire qualche taglio aperto.

Per tutta risposta, l’altro sollevò con cautela le braccia verso l’alto e azzardò l’intenzione a stiracchiarsi.

«Mi sento una mummia. Come diamine fai a muoverti con tutta questa roba addosso?».

La risposta di Dazai fu una semplice stretta di spalle.

Evitò di dirgli che lui oramai ci aveva fatto l’abitudine, che sentire tutte quelle bende addosso era diventata una sensazione quasi rassicurante.

Stette a osservare Chuuya nel mentre che si alzava dal divano e scompariva in un’altra stanza, per poi tornare poco dopo con indosso un paio di pantaloni neri e una camicia bianca puliti. La camicia pareva un po’ troppo piccola per quel corpo slanciato, ma lui ovviò il problema arrotolandosi le maniche fino ai gomiti ed evitando di infilarne gli orli all’interno dei pantaloni.

Caddero poi alcuni attimi di silenzio.

Gli occhi di Chuuya parvero perdersi momentaneamente nel vuoto, e Dazai si ritrovò a fissare il suo stesso viso tagliato a metà da un fascio di luce filtrato dalla finestra.

Durò solo pochi istanti: lo sguardo dell’altro saettò su di lui come riscosso all’improvviso da un pensiero lontano. Lo scrutò con lentezza, dalla testa ai piedi e dai piedi alla testa, il modo in cui Chuuya scrutava sempre le persone che per qualche ragione non riusciva a comprendere. Lo stesso modo in cui aveva scrutato Dazai stesso molte, moltissime volte in passato.

L’unica differenza fu che, questa volta, non c’erano le sue familiari e luminose iridi azzurre a scandagliare la figura del giovane da cima a fondo.

Iridi marroni. Buie. Spente.

Impenetrabili.

Irritanti.

Dazai fece per prendere fiato prima di parlare, quando accadde qualcosa d’inaspettato che bloccò sul nascere la sua voce. Chuuya aggrottò le sopracciglia e inclinò di lato il capo come se stesse cercando di guardarlo da una differente angolazione; quel semplice gesto modellò sul suo viso un’espressione combattuta fra la confusione e l’irritazione, un’espressione che Dazai gli aveva visto fare un milione di volte, ma che in quel momento fu come una secchiata d’acqua fredda in piena faccia.

Perché Chuuya aveva usato i suoi lineamenti per farla.

Erano di Dazai le sopracciglia che aveva appena incurvato in due asimmetriche linee scure. Erano di Dazai gli occhi che aveva rapidamente chiuso e riaperto in un ammiccare nervoso. Erano di Dazai le labbra che all’ultimo aveva stretto per trattenere chissà quali parole.

Fu destabilizzante.

Fu destabilizzante perché quella era la prima volta dopo una quantità di tempo che Dazai non seppe calcolare che percepiva sul proprio volto un’espressione tanto marcata ed eloquente, tanto… espressiva.

«Mi aspettavo di vederti crollare da un momento all’altro, e invece sei ancora in piedi», esordì Chuuya senza nascondere una punta di sincera sorpresa, «Immagino sia un buon segno».

«Immagino anch’io… Sapessi di cosa stai parlando», commentò lui accennando un cipiglio.

Senza dire una sola parola, Chuuya gli andò vicino quel tanto che bastava per poter poi sbilanciare il proprio peso sulla gamba sinistra e sferrare senza alcun preavviso un calcio diretto al suo volto.

La reazione di Dazai fu tanto immediata quanto automatica: s’inclinò di lato e catturò fra le proprie dita la caviglia dell’altro bloccandogli il colpo a mezz’aria, impedendogli di raggiungere il bersaglio.

Il danno, però, era ormai stato fatto.

Quell’attacco tanto repentino aveva colto Dazai di sorpresa costringendolo ad agire d’istinto, e ciò gli aveva fatto perdere la presa sul suo autocontrollo.

Il rombo all’interno della sua testa esplose quasi nello stesso momento, quindi fu il turno del dolore.

Non fu abbastanza rapido a serrare le labbra e un lamento strozzato gli sfuggì nel mentre che si piegava in avanti sul divano, la presa sul corpo di Chuuya che si allentava e infine scompariva.

«Tainted Sorrow», mormorò quello chinandosi su di lui, «Non la stai controllando, idiota. La stai solo ignorando. E se la ignori, alla prima opportunità lei ti uccide».

Dazai non poté fare a meno di sfoggiare un sorriso tirato e sofferente.

«Tale e quale al suo padrone», disse sollevando gli occhi sull’altro.

Un battito di ciglia, e si ritrovò spinto con forza contro lo schienale del divano da un paio di braccia inaspettatamente vigorose. In quelle condizioni non fu difficile per Chuuya sovrastarlo con la propria mole e inchiodarlo, trattenerlo, le dita affondate nelle spalle di Dazai come se dovesse prepararsi a contrastare da un momento all’altro una spaventosa spinta proveniente dal senso opposto.

«Guardami», ordinò atono.

Per qualche strano motivo che si oppose alla sua reale volontà, Dazai ubbidì.

«Regola numero uno per sopravvivere a Tainted Sorrow: resta aggrappato alla realtà. Non importa cosa, non importa quanto lei sia forte. Non chiudere gli occhi».

Non chiudere gli occhi.

Dazai deglutì.

«Che cosa devo fare?», domandò sforzandosi di non distogliere lo sguardo da quello dell’altro.

Non fu semplice.

Davanti a lui adesso vedeva solo se stesso, le sue stesse braccia bendate che lo trattenevano e la sua stessa voce che gli ordinava di continuare a guardare.

Quello non sei tu, cominciò a ripetersi nella testa. Quello è Chuuya. È Chuuya che ti sta parlando. È Chuuya che ti sta chiedendo di continuare a guardare.

Inspirò bruscamente e poi buttò fuori tutta l’aria accumulata nei polmoni.

Sì, questo poteva farlo.

Se era Chuuya a chiederlo, forse poteva farlo.

«Respira molto lentamente, svuota la mente. Fai in modo che il tuo battito rallenti», lo istruì man mano l’altro, «Non devi visualizzare il potere come se fosse tuo nemico, perché lui adesso fa parte di te. Tainted Sorrow è dento al tuo sangue. Se vuoi averlo dalla tua parte devi accettarlo come un compagno, e se vuoi riuscire ad accettarlo…».

La voce di Chuuya si abbassò, quindi si spense. Attraverso i suoi occhi scuri emerse una nuova emozione: incertezza.

Concluse comunque la frase, ma lo fece con lentezza e qualcosa di molto simile alla cautela.

«…devi accettare te stesso».

Sembrava quasi che dicendolo ad alta voce si stesse rendendo contro persino lui di quale assurdità fosse. Ma quello, dopotutto, era Chuuya. Non importava quanto una cosa fosse assurda o addirittura impossibile, lui non si sarebbe fermato.

«Persino tu non ne sembri molto convinto», lo provocò Dazai con un mezzo sorriso. Parlare, incredibilmente, lo stava aiutando a tenere a bada il rombare incessante all’interno della sua testa.

«Lo sono sicuramente più di te», ribatté l’altro prima di afferrargli le spalle con maggiore forza, quasi affondandogli le dita nella carne. «Farai meglio a convincertene pure tu, perché se osi morire dentro il mio corpo, ti giuro che mi assicurerò che il tuo viva invece per molto, moltissimo tempo».

Ed eccolo di nuovo, quel contrasto violento: un’espressione piena d’intenti, eloquente come non mai…

Un’espressione tipica di Chuuya, modellata però sui lineamenti di Dazai.

Si fissarono l’un l’altro per un interminabile momento, studiandosi, sfidandosi. Poi, con estrema lentezza, Dazai venne lasciato andare.

«Sei un dannato figlio di puttana con un dannato autocontrollo, te lo concedo», sbuffò Chuuya raddrizzando la schiena.

Lui non poté fare a meno di sorridere. In qualche modo, quella sottospecie di riconoscimento da parte dell’altro gli fece piacere.

«C’è altro che dovrei sapere sulla mia nuova abilità, maestro?», ironizzò.

L’occhiata che ricevette fu fredda e affilata, priva di qualsiasi magnanimità.

Dazai deglutì silenziosamente.

Era questo ciò che le persone vedevano quando lui fissava qualcuno senza alcun filtro ad addolcire la propria espressione?

«Sì», parlò ancora una volta Chuuya, «La regola numero due per sopravvivere a Tainted Sorrow».

I suoi occhi si fecero improvvisamente più penetranti e per un momento Dazai si ritrovò a pensare che gli mancavano le familiari iridi azzurre e luminose.

«Non devi mai e poi mai usare Corruzione. Mi hai capito, Dazai? Mai. Se la percepisci vicino alla superficie, sopprimila con tutto te stesso. E avvertimi. Immediatamente».

«Pensi che io non possa essere in grado di controllarla?».

«Oh, non lo penso. Ne sono convinto con tutto me stesso».

E, per una volta nella sua vita, Dazai disse a se stesso che dare ragione a Chuuya era la cosa migliore da fare.

Corruzione non avrebbe messo in pericolo soltanto la sua di vita, ma anche quella di chiunque gli si fosse trovato vicino in quel momento.

No.

Non l’avrebbe mai permesso.

Annuì quindi alle parole dell’altro, «Ho capito».

Soddisfatto di quella reazione, Chuuya fece a sua volta un segno d’assenso col capo e si voltò per dargli le spalle.

«Possiamo restare qui per un po’, almeno finché non capiremo come ritornare nei nostri corpi».

«Sappiamo già come ritornare nei nostri corpi», lo corresse Dazai.

Non ci fu bisogno di dirlo ad alta voce: trovare Oscar e usare su di lui l’abilità di annullamento di Dazai. O meglio, l’abilita di annullamento che ora apparteneva temporaneamente a Chuuya.

Il vero problema era come trovare Oscar.

«Ci penseremo domani mattina», disse Chuuya, quasi gli avesse appena letto nella mente. «Ora dormiamo. Non so tu, ma io ho decisamente bisogno di riposare».

«Fammi indovinare: a me tocca il divano».

Il sorriso che Chuuya gli rivolse fu tanto luminoso quanto affilato, «Cerca di non fare cose strane col mio corpo e cerca di non morire durante la notte».

Accompagnò le sue parole agitando allegramente una mano a mezz’aria, come a salutarlo, dopo di che si congedò in camera da letto.

Rimasto solo con nient’altro che il silenzio e una finestra aperta sul cielo notturno di Yokohama, Dazai decise che, dopotutto, anche per lui era arrivato il momento di coricarsi. Qualche ora di sonno non avrebbe potuto che giovargli dopo tutti gli eventi assurdi di quella nottata.

Avrebbe ricominciato a pensare ai suoi problemi una volta sorto nuovamente il sole.

Si buttò su un fianco, quindi rotolò sulla schiena saggiando sotto i muscoli la morbidezza del divano; si sistemò di riflesso il braccio destro sotto la nuca a mo’ di cuscino e puntò lo sguardo contro il soffitto.

Rivolse a quel punto i propri pensieri ad Atsushi.

Saperlo sano e salvo insieme agli altri dell’Agenzia sarebbe stato sufficiente a permettergli un sonno relativamente tranquillo. Non volle nemmeno soffermarsi a immaginare cosa sarebbe potuto accadere se anche il ragazzo fosse finito coinvolto nell’abilità di Oscar. O, peggio, se fosse stato rapito e portato chissà dove.

Ora invece era al sicuro, Kunikida si sarebbe sicuramente occupato di lui.

Chiuse gli occhi espirando profondamente aria e tensione, la mano sotto la sua nuca che inconsciamente iniziava a muoversi fra le ciocche di capelli. Fu solo a quel punto che la consapevolezza di avere fra le dita capelli non suoi lo colpì dritto al cervello.

Senza aprire gli occhi, si passò allora la mano sinistra nella coda che gli ricadeva morbidamente sulla spalla; coi polpastrelli ne saggiò la consistenza e la lunghezza, ritrovandosi ben presto incantato nell’accarezzarla dalle radici alle punte con movimenti lenti e ripetitivi.

Quei capelli erano incredibilmente morbidi.

Fu una sorpresa rendersene conto.

Fu una sorpresa, perché era solo grazie a quel pensiero se stava man mano realizzando di non aver mai sfiorato prima i capelli di Chuuya.

Mai.

Neanche per sbaglio.

Nonostante le occasioni che aveva avuto per farlo.

Si domandò perché non avesse mai pensato nemmeno una volta di passare le dita fra le sue ciocche rosse e, non trovando alcuna risposta plausibile, semplicemente lasciò perdere il pensiero.

Lasciò perdere qualsiasi altro pensiero permettendo così al suo corpo di rilassarsi e scivolare lentamente verso il sonno, con un braccio magro e duro come cuscino e un rombare lontano nella sua mente come ninnananna. Le sue dita che giocherellavano fra ciocche di capelli non suoi.

 

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<— Capitolo 1
Capitolo 3 (wip)

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Mirror || Soukoku (capitolo 1)

1.

“Che cosa faresti se all’improvviso ti vedessi attraverso gli occhi di qualcun altro? Se davanti a te comparisse il vero te stesso: ciò che in realtà sei e non ciò che ogni giorno fingi di essere”.

~

Quella notte i deboli raggi della luna s’intravvedevano appena; attraverso la coltre di nuvole che durante le ore del tramonto si erano ammassate sopra la città, solo qualche sprazzo di chiarore qua e là diventava visibile all’occhio di chi rivolgeva la propria attenzione verso il cielo in cerca di un po’ di luce.

«Questo posto mette i brividi».

Con un’occhiata nervosa, Atsushi fece passare lo sguardo sull’intero profilo del cantiere immerso nell’ombra e nel silenzio. Aveva in viso la stessa espressione diffidente di un gatto costretto a camminare pericolosamente vicino ad un grosso cane addormentato.

«Non dirmi che hai paura», ridacchiò Dazai a bassa voce.

Se possibile, le spalle del ragazzo a fianco a lui s’incurvarono ancora di più.

«Solo un’incosciente non proverebbe almeno un minimo d’inquietudine a introdursi in un posto del genere nel buio più completo».

L’allusione arrivò più che chiara, ma Dazai decise anche questa volta di ignorarla e assestare invece una rigorosa pacca fra le scapole dell’altro prima precederlo attraverso l’entrata priva di porta del palazzo costruito solo a metà.

«Non è del luogo che dovresti preoccuparti, ma di quello che potremmo trovarci dentro».

Dalle sue spalle giunse un sospiro avvilito, «Grazie. Adesso mi sento molto meglio».

Senza aggiungere altro, i due si avventurarono all’interno dell’edificio impegnandosi a ridurre ogni forma di comunicazione a semplici e, soprattutto, silenziosi gesti. Avevano fatto solo qualche decina di metri quando gli occhi di Atsushi saettarono verso di lui illuminati da un curioso riflesso quasi innaturale.

Con un cenno del capo, il ragazzo gli indicò una rampa di scale che saliva al piano superiore, appena oltre una spaziosa sala che aveva tutta l’aria di essere destinata a diventare la hall di un qualche hotel di lusso.

Dazai annuì facendosi avanti fianco a fianco all’altro.

‘Stanza 501. Il vero mistero del mondo è ciò che è visibile, non l’invisibile’.

Non faceva che rigirarsi quelle parole nella testa dal momento in cui avevano messo piede in quel cantiere spettrale, più diffidente che realmente preoccupato. Chiunque avesse mandato all’Agenzia quel misterioso messaggio, si era certamente preoccupato di accendere la loro curiosità senza però rivelare nulla né di se stesso, né del motivo per cui avesse deciso di attirarli lì quella notte.

Una cosa, in ogni caso, era sicura: la prudenza non sarebbe mai stata troppa.

Fu con quel pensiero nella mente che, una volta arrivati al terzo piano, senza quasi rendersene conto allungò i propri passi in modo da poter precedere Atsushi in ogni nuovo ambiente che si presentasse davanti a loro.

«Dazai».

Un richiamo improvviso e asciutto, la voce appena udibile.

Il giovane si volse per interrogare Atsushi con lo sguardo, scoprendolo intento a fissare con insistenza le scale dalle quali erano appena venuti.

«Sta arrivando qualcuno».

Si mossero all’istante.

Insieme presero posizione alla destra delle scale, spalle contro il muro e sensi all’erta in cerca del più minimo indizio che potesse rivelare qualcosa sull’identità dell’intruso in arrivo.

Quindi attesero.

Un secondo.

Cinque.

Dodici.

«Guardate che lo so che siete lì: vi ho visti entrare nell’edificio», risuonò all’improvviso una voce del tutto inaspettata.

Inaspettata e familiare.

Dazai avrebbe riconosciuto quella voce ovunque. Così come avrebbe riconosciuto ovunque la voce di ogni suo ex-compagno.

«Tana per Dazai», annunciò con tono annoiato il membro esecutivo della Port Mafia guadagnando l’ultimo gradino della scalinata. Un attimo dopo, sul viso del giovane si formò un sorriso sbieco, nel mentre che i suoi occhi azzurri saettavano immediatamente su Dazai.

«È proprio vero che chi non muore prima o poi si rivede, eh, Chuuya?», fece lui scostandosi dal muro.

«Trattandosi di te, poi, è ancora più sorprendente».

Ci fu appena il tempo di un gelido scambio di occhiate, prima che Atsushi trovasse il coraggio d’intromettersi nel loro breve discorso puntando su Chuuya tutta la propria attenzione. Lo puntò come un animale spaventato in procinto di saltare alla gola del suo aggressore.

«Quindi sei stato tu a mandare all’Agenzia quel messaggio».

Gli occhi dell’altro si spalancarono di un poco per la sorpresa, «Ah, allora l’avete ricevuto anche voi…». Con un gesto tanto fluido quanto calcolato, Chuuya sfilò un biglietto dalla tasca interna del proprio cappotto e lo fece sfilare davanti ai loro nasi. «Intendi questo messaggio, giusto?».

Nonostante la scarsità di luce, le parole a inchiostro spiccavano chiare sullo sfondo bianco della carta.

‘Stanza 501. Il vero mistero del mondo è ciò che è visibile, non l’invisibile’.

Dazai e Atsushi si guardarono l’un l’altro.

Se non era stata la Port Mafia a mandare quel messaggio…

«Esatto», confermò Chuuya interpretando alla perfezione i pensieri di entrambi, «Si tratta della Guild».

«Ne avete la certezza?», domandò Dazai accigliandosi.

Una breve scrollata di spalle accompagnò la risposta dell’altro. «Siamo qui per scoprirlo, no?».

Quella nottata stava prendendo una piega tanto inaspettata quanto… assurda.

Per quanto Dazai camminasse una manciata di passi davanti a loro, poteva chiaramente avvertire contro la schiena la solida tensione che si era immediatamente venuta a formare tra Atsushi e Chuuya.

O meglio: il nervosismo di Atsushi nei confronti di Chuuya.

Mentre il ragazzo pareva costantemente sul punto di reagire fisicamente al minimo cenno di ostilità, il giovane membro della Port Mafia dimostrava invece di essere perfettamente in grado di ignorare la presenza dell’altro.

Un sorrisetto sfuggì alle labbra di Dazai.

«Puoi stare tranquillo, Atsushi: non è contro di lui che dovrai combattere stanotte».

«Per tua fortuna», aggiunse subito dopo Chuuya.

Un buffo verso a metà fra un sospiro e un ringhio risalì la gola del ragazzo-tigre, «Non sono comunque sicuro di volermi fidare».

Sbirciando oltre la propria spalla, Dazai scoccò un’occhiata in direzione di Atsushi fingendo un’espressione profondamente dispiaciuta.

«Temo dovrai farci l’abitudine. La nostra cappelliera, qui, non se ne andrebbe nemmeno se glielo chiedessi gentilmente».

«Come mi hai chiamato?!».

Per tutta risposta, lui sorrise apertamente. Il genere di sorriso che sapeva avrebbe fatto imbestialire Chuuya. Sollevò quindi la mano destra ignorando qualsiasi cosa quello stesse per dire e con l’indice indicò il corridoio davanti a loro.

Erano arrivati al quinto piano.

«La stanza dovrebbe essere da queste parti».

Fece per guardarsi attorno in cerca della porta giusta, rendendosi conto solo in quel momento che nessuna delle stanze di quel piano possedeva ancora una porta.

«Fantastico», sbottò Chuuya alle sue spalle, «Non dirmi che dobbiamo contarle tutte una per una».

«Forse non ce ne sarà bisogno».

Questa volta fu Atsushi a parlare. Il ragazzo si era fatto avanti di qualche passo, gli occhi puntati sull’ala del piano che si apriva alla loro sinistra; la sua attenzione passò poi a Dazai.

«Laggiù».

Sia lui che Chuuya seguirono la direzione indicata individuando all’istante ciò che aveva attirato l’attenzione del ragazzo: una luce soffusa e innaturale proveniva da una delle stanze in fondo al corridoio, una luce fredda come i raggi della luna.

«Questa storia non mi piace», mormorò Chuuya avviandosi verso la stanza, Dazai e Atsushi subito dietro. Si arrestò di scatto non appena fu davanti all’entrata senza porta, i suoi occhi chiari e spalancati che riflettevano la luce bianca come due spie luminose. «Questa storia non mi piace per niente».

«Ma cosa…?!», gli fece eco Atsushi inalando bruscamente.

Davanti a loro si apriva una suite non ancora completata, dove le pareti mancavano dell’intonaco e la grande finestra panoramica che affacciava sul lato sud del palazzo altro non era che una bocca vuota spalancata sulla notte. Niente vetrate che tagliassero fuori il freddo, o che separassero il pavimento dal vuoto.

Non fu quel particolare però a mettere immediatamente all’erta tutti i sensi di Dazai.

Furono le decine e decine di specchi da terra e da muro che riempivano l’intero ambiente.

Immediatamente fu chiara la natura di quella particolare e intensa luce: la luna era riuscita ad emergere da dietro la coltre di nuvole proiettando i suoi bianchi raggi attraverso la finestra, dritti dentro a un astuto gioco di specchi che li catturava e li rifletteva attraverso tutta la stanza inondandola di luce.

«Sono certo che, una volta ultimata, questa suite sarà bellissima», parlò senza preavviso qualcuno dal fondo della camera. Comparve da dietro uno degli specchi, un uomo ben vestito dal sorriso tanto affabile quanto falso. «Non si può ancora considerare un luogo degno di ricevere ospiti, ma spero mi perdonerete per questa mia fastidiosa mancanza. Benvenuti, quindi».

L’uomo accompagnò il saluto con un elegante inchino.

«Oh, un educato gentiluomo», esordì Dazai facendosi avanti di qualche passo, «Non abbastanza educato da presentarsi ai suoi ospiti prima di invitarli nel suo salotto di lusso, però».

Il sorriso sul volto dell’altro non mutò di un millimetro.

«Immagino possiate comprendere il motivo di tanta segretezza. Potete chiamarmi Oscar, se lo desiderate».

«Ma come diavolo parla questo?», mormorò esasperato Chuuya. Si era fatto avanti anche lui e ora fissava l’uomo di nome Oscar dritto negli occhi, la postura del corpo e l’espressione atona del viso che dissimulavano perfettamente qualsiasi traccia di tensione. «Sei uno della Guild, non è vero?».

Prima di parlare, l’altro ristette in un lungo silenzio.

«Chuuya Nakahara. Membro esecutivo della Port Mafia, nonché detentore di una delle abilità più temute della città. Per essere uno che occupa una posizione tanto alta all’interno della mafia, ti preoccupi davvero molto per i tuoi sottoposti, mh?».

Un’ombra di sorpresa attraversò gli occhi di Chuuya, ma non ebbe alcun modo di ribattere perché l’attenzione di Oscar era già scivolata su Dazai.

«Osamu Dazai. Ex-membro della Port Mafia e uomo altrettanto temuto in tutta Yokohama. Un tempo eri l’immancabile metà dell’infallibile duo chiamato “Doppio Nero”, ma poi… accadde qualcosa», una pausa, una quasi impercettibile stetta di spalle, «Non mi è ancora del tutto chiaro il motivo per cui decisi di abbandonare la Port Mafia e schierarti contro coloro che ti hanno cresciuto, ma trovo particolarmente interessante il tuo costante desiderio di morire».

Anche senza voltarsi, Dazai sapeva che lo sguardo di Atsushi era ora fisso sulla sua schiena. Stava aspettando di scoprire in qualche modo avrebbe reagito alle parole di Oscar?

Chiuse gli occhi.

Li riaprì.

E sorrise.

«‘Immancabile metà’?».

«Ti assicuro che anche all’epoca Dazai era tutt’altro che “immancabile”», sbuffò Chuuya scostandosi una ciocca dal viso con un movimento secco del capo.

L’unico commento da parte di Oscar fu un sorriso pacato. Niente di più. I suoi occhi erano già passati oltre.

Su Atsushi.

«Sono felice di vedere che ci sei anche tu, ragazzo-tigre. Mi hai risparmiato il disturbo di venire a cercarti: te ne sono grato».

La reazione del ragazzo fu istantanea. Le sue braccia si trasformarono in grosse e bianche zampe munite di artigli neri, mentre l’espressione che aveva in viso si trasformava in una maschera di determinazione.

«Se pensi che mi lascerò catturare senza combattere…».

«Oh, non ce ne sarà bisogno».

Fu in quel momento.

Fu in quel momento che Dazai capì troppo tardi di aver portato se stesso e Atsushi all’interno di una gigantesca trappola.

«Che cosa faresti…», parlò ancora l’uomo nel mentre che spalancava le braccia ai lati del corpo. Teneva gli occhi chiusi, come se quelle parole non fossero riferite a nessuno in particolare. «Che cosa faresti se all’improvviso ti vedessi attraverso gli occhi di qualcun altro? Se davanti a te comparisse il vero te stesso: ciò che in realtà sei e non ciò che ogni giorno fingi di essere».

Gli specchi attorno a loro presero improvvisamente a brillare, una luce talmente abbagliante che Dazai dovette schermarsi gli occhi con una mano.

Si voltò in direzione di Atsushi.

Lo cercò sforzandosi di fendere quella luce sovrannaturale con lo sguardo.

Nello stesso istante, un acuto scricchiolio risuonò nella stanza.

Gli specchi.

Gli specchi stavano iniziando a incrinarsi.

«Sapete… A questo mondo vi sono solo due tragedie».

Gli occhi di Dazai bruciavano, ma non osò chiuderli un solo istante. Atsushi era lì davanti a lui, gli sarebbe bastato allungare la mano e afferrargli il braccio.

«Una è non ottenere ciò che si vuole, l’altra è ottenerlo».

Tutt’attorno le superfici degli specchi si stavano rapidamente riempiendo di crepe scricchiolando e tintinnando in modo sinistro. Non c’era più tempo.

Gettandosi in avanti, Dazai riuscì ad afferrare il polso di Atsushi e trarlo vicino a sé. Guardò i suoi occhi luminosi e confusi.

Gli sorrise.

«Questa seconda è la peggiore», la voce di Oscar pareva lontanissima, «La vera tragedia».

Infine, sforzando i muscoli del proprio braccio al massimo, Dazai ruotò su se stesso e spinse il ragazzo oltre il bordo della finestra.

Ti chiedo scusa, mormorò nella propria testa quando l’espressione di Atsushi si trasformò in puro terrore.

Lasciò la presa facendolo cadere nel vuoto.

«Dazai!».

Il richiamo urgente di Chuuya arrivò quasi nello stesso istante.

Ma lui non fece in tempo a voltarsi. Riuscì solamente a scorgere gli occhi dell’altro nel riflesso di uno specchio vicino. Erano spalancati e incredibilmente azzurri, e lo fissavano pieni di un’emozione alla quale non seppe dare un nome.

Poi, gli specchi esplosero attorno a loro.

~

Un suono tagliente gli trapassava il cranio da parte a parte, un fischio acuto e continuo, tanto fastidioso per i timpani da costringerlo in una smorfia sofferente. I suoi sensi avevano smesso di funzionare correttamente.

Non vedeva più nulla.

Non percepiva più il pavimento sotto ai piedi.

Sulla lingua aveva solo il sapore ferroso del sangue.

Sono ferito?

Provò a muovere il braccio, ma un’inaspettata scossa di dolore lungo l’intera lunghezza dell’arto lo fece gemere.

Poteva considerarlo un buon segno: se provava dolore, significava che era ancora vivo.

Cosa diavolo… è stato…?

Strizzò gli occhi, sbatté le palpebre più e più volte nel tentativo di mettere a fuoco ciò che aveva davanti.

Era…

Era…

Il pavimento?

In un barlume di lucidità ritrovata, comprese che sotto i suoi piedi non c’era più nulla per il semplice fatto che il suo corpo si trovava ora accasciato a terra, il pavimento duro premuto contro la guancia destra e un braccio bloccato fra stomaco e mattonelle.

Per la seconda volta provò a muoversi.

Andò meglio: il dolore ai muscoli fu acuto, sì, ma non abbastanza da impedirgli di puntellare il braccio libero a terra e su questo fare leva per sollevarsi di un poco. Riuscì a sfilare da sotto al proprio corpo anche l’altro braccio, guadagnando in questo modo un sostegno in più.

Ancora, però, non riusciva a mettere a fuoco l’ambiente circostante.

Attorno a lui c’erano solo macchie di colori scuri e forme a malapena riconoscibili.

Dov’era…? Dov’era finito quell’uomo?

E dov’era finito Dazai?

«…Dazai…!», ansimò sforzando senza risultato i propri occhi.

Fu solo a quel punto che parte delle sue terminazioni nervose si riattivarono permettendogli finalmente di rendersi conto del dolore acuto alla tempia e del sangue sul suo viso.

Soffocò un’imprecazione e abbassò il capo strusciandosi come meglio riusciva contro il proprio avambraccio nel tentativo di ripulirsi gli occhi dal sangue. Funzionò discretamente: quando tornò a risollevare la testa, riuscì di nuovo a vedere la stanza attorno a sé.

Era buia, deserta, cosparsa di schegge e frammenti di specchi.

Nessuna traccia di Oscar.

«Dazai!», chiamò ancora.

Qualcosa non andava.

Percepiva come una strana sensazione alla bocca dello stomaco, una sensazione estremamente sbagliata.

Qualcosa non andava.

Perché quell’uomo se n’è andato così all’improvviso?

Qualcosa non andava.

Dov’è Dazai?

Qualcosa non andava.

Inalò più aria che poté, poi chiamò di nuovo il nome di Dazai. Lo urlò quasi.

Persino la sua stessa voce gli sembrava sbagliata. Più bassa. Roca. Diversa ma al tempo stesso comunque familiare.

«…Chuuya?».

Fu un richiamo basso e incerto, ma bastò perché Chuuya localizzasse la direzione dalla quale arrivò.

Inspirò profondamente, quindi fece forza sulle proprie braccia e spinse sollevando il proprio corpo fino a ritrovarsi in ginocchio. La manovra gli causò un momentaneo capogiro che lo costrinse a chiudere gli occhi.

«Sei ancora vivo anche tu, bene», ansimò portandosi una mano al viso, «Per un momento ho pensato che quel tizio ti avesse…».

La voce di Chuuya si spense poco a poco.

Ammiccò senza capire, la mano ancora sospesa davanti a sé.

…cosa?

Si fissò il braccio confuso, cercando di comprendere come mai fosse avvolto in uno spesso strato di bende e vestiva una manica che non apparteneva al suo solito cappotto nero.

E allora si vide.

Si vide per davvero.

I vestiti che aveva addosso non erano suoi, l’odore che sentiva su di essi non gli apparteneva. Così come non gli apparteneva il piccolo gioiello ovale che aveva legato al petto.

Quelle cose erano di…

«Ohi, Dazai! Perché ho addosso i tuoi…?!».

Per la seconda volta, la voce gli morì nella gola.

Nel parlare, Chuuya si era voltato su se stesso in modo da dirigere il proprio sguardo nella direzione in cui aveva sentito la voce dell’altro. Solo che la persona che trovò davanti a sé non era Dazai.

«Che… Che scherzo è questo?», mormorò incredulo, occhi negli occhi con… se stesso.

L’altro Chuuya lo fissava con espressione altrettanto sconvolta, i grandi occhi azzurri spalancati dalla confusione e da qualcosa di molto simile all’orrore.

E stettero così per lunghi istanti, fissandosi l’un l’altro incapaci di dire una singola parola, finché un’inquietante dubbio non scivolò nella mente di Chuuya suggerendogli di abbassare lo sguardo sui frammenti di specchi sparsi sul pavimento attorno a lui. Mosse una mano per afferrare uno dei frammenti più grandi e inclinarlo quel tanto che bastava perché gli restituisse il riflesso del suo viso.

Era il viso di Dazai.

Stessi capelli ondulati.

Stessi occhi castani.

Stessi inconfondibili lineamenti.

L’unica differenza era una ferita alla tempia sinistra che ancora sanguinava sporcandogli la guancia di rosso.

Chuuya deglutì a fatica, lo sguardo che si spostava freneticamente dal riflesso nel pezzo di specchio alla persona inginocchiata a pochi passi da lui.

…com’era possibile?

Gli specchi… Quell’uomo…

«I nostri corpi…», lasciò cadere lo specchio che andò ulteriormente in pezzi, «Dev’essere stata l’abilità di quell’uomo… Deve aver in qualche modo…». Esitò quando la sua attenzione ritornò su quello che doveva essere Dazai. Gli occhi dell’altro erano assenti e al tempo stesso immobili su di lui, spalancati e fin troppo brillanti sul quel viso ora incredibilmente pallido.

«…Dazai?».

Il giovane si riscosse all’improvviso, o piuttosto sussultò.

Lo vide nascondere il viso contro una mano.

Fu incredibilmente strano per Chuuya vedere il proprio corpo mentre compiva quel gesto.

«Fantastico… Adesso sono bloccato nel corpo di una cappelliera».

«Ringrazia di trovarti nel corpo illeso, piuttosto!», ringhiò immediatamente lui di rimando.

Distolse lo sguardo da Dazai e sbuffò.

Corpo diverso ma sempre il solito figlio di buona donna.

Non seppe dire se trovasse la cosa parecchio confortante o solo parecchio irritante. In ogni caso, era grato a se stesso per essere riuscito ad attivare in tempo la propria abilità proteggendosi in tal il corpo da un’esplosione di migliaia e migliaia di schegge affilate.

Cosa che, purtroppo, non valeva per il corpo di Dazai.

Più si guardava, più scopriva tagli e abrasioni sanguinanti su braccia, busto e gambe.

«Muoviamoci», fece nel mentre che sforzava il proprio fisico per rimettersi in piedi, «Prima ritroviamo quel tizio di nome Oscar, prima riavrò indietro il mio corpo. Non ho nessuna intenzione di rimanere dentro a quello di un’idiota aspirante suicida».

Quasi gli si incrinò la voce quando il dolore esplose in ogni suo muscolo facendolo barcollare e quasi cadere di nuovo sul pavimento. Riuscì a mantenere l’equilibrio per pura forza di volontà.

«Che cos’hai intenzione di fare?», gli domandò Dazai fissandolo dal basso della sua posizione comodamente seduta a terra.

«Innanzitutto fare qualcosa per queste ferite. Non ho nessuna intenzione di morire dissanguato dentro al tuo corpo».

L’altro parve pensarci su molto attentamente, dopo di che accennò un sorriso. Vederlo aprirsi sul viso che fino a pochi minuti prima era stato di Chuuya fu orrendo.

«Non sembra una cattiva idea: tu muori e io ho il mio suicidio. Beh… più o meno», si strinse nelle spalle, «Sono due piccioni con una fava».

Chuuya spalancò la bocca per replicare con un qualche insulto, ma prima ancora che potesse parlare, Dazai era già scattato in piedi raggiungendolo in poche falcate. Senza alcun preavviso gli premette una mano sulla bocca zittendolo.

«Dobbiamo andarcene».

L’unica risposta che riuscì a dargli fu un mugugno di protesta contro la sua mano, ma quello lo ignorò completamente.

Gli fece cenno di non parlare e fu allora che Chuuya le udì.

Delle voci in lontananza nel palazzo.

Una apparteneva al ragazzo-tigre, ne era quasi certo. Le altre, invece, non riuscì a riconoscerle.

«Andiamo». Dazai lo lasciò andare per poi dirigersi verso la stessa finestra dalla quale aveva lanciato il ragazzo-tigre poco prima che gli specchi esplodessero. «Se vogliamo ritrovare Oscar avendo come unico indizio solo il suo nome, allora sarà meglio darsi da fare».

«Non aspetti i tuoi compagni?», domandò Chuuya indicando con un cenno del capo la porta d’ingresso della suite, oltre la quale le voci dei nuovi venuti si stavano facendo man mano più chiare e vicine.

Per tutta risposta, Dazai agitò una mano a mezz’aria come a dirgli che non aveva importanza. Dopo di che saltò dalla finestra.

Prima di seguirlo, Chuuya ristette alcuni istanti.

Fissò le proprie braccia e le bende attorno a queste.

No.

Non erano le sue braccia, ma quelle di Dazai.

Sospirò, e barcollando raggiunse la porzione di pavimento sulla quale era stato inginocchiato Dazai.

«Non potevo ritrovarmi in situazione peggiore, dannazione…», mormorò fra sé e sé mentre si chinava a fatica per raccogliere da terra il suo cappello. Guadagnò quindi la finestra; qualche metro più in basso, Dazai lo aspettava in piedi su una delle impalcature del cantiere, il cappotto nero di Chuuya distrattamente ripiegato sotto al braccio.

Sospirò di nuovo.

«No, proprio non potevo…».

 

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Capitolo 2 –>

Evil Heaven – Cartoomics 2017

Signore e signori. Finalmente. Ufficialmente.
LA DATA D’USCITA DI EVIL HEAVEN.

Sono passati ben sette anni da quando ho iniziato a scrivere questa storia e ora, mentre ufficializzo la presenza del libro al Cartoomics di marzo, ammetto che mi stanno un po’ tremando le gambe. :’)

È con grandissima emozione (e una bella dose d’ansia, lo ammetto *cough*) che finalmente annuncio ufficialmente la data d’uscita di Evil Heaven!
Il 3, 4 e 5 marzo al Cartoomic di Milano, potrete trovare e acquistare in anteprima assoluta (??) il primo volume della saga ‘Rinnaeh Vart’.
Dove, esattamente? Padiglione 16, area self comics, stand 52-53~
Mi troverete allo stand insieme all’artista Kikiart e, oltre al libro, ci saranno come sempre anche i gadget di Looks Like Me e il mio artbook ‘Always Hope’ (info su CrazyKinoko’s Art).
Due artiste con rispettivi lavori, un webcomic e un romanzo. Tutto allo stesso stand! ♥
Ricordo inoltre che, durante tutta la durata della fiera, sarò più che felice di prendere piccole commissioni per disegni da fare sul momento~

Vi aspetto!! \*w*/
(coi fazzoletti pronti perché probabilmente piangerò dall’emozione *cough*)

-Kino-

Kickstarter concluso! Cosa succede adesso?

Siamo giunti alla fine di questa raccolta fondi, ma il progetto è ancora lungo e c’è ancora molto da fare prima di avere finalmente fra le mani la copia cartacea e ebook di Evil Heaven~

Nei prossimi giorni contatterò i partecipanti che hanno acquistato dei pacchetti contenenti poster e/o commissioni per informarmi sulle preferenze di ognuno, così da iniziare a mettere insieme il materiale da spedire. ❤

Cos’altro accadrà adesso?
Innanzitutto, nelle prossime due settimane mi darò da fare per finire tutte le correzioni di EH (sono quasi alla fine, ma continuo a rivedere tutto per paura di lasciare indietro qualche errore ; ; ), dopo di che sarà il momento di impostare la cover del libro e gli ultimi ritocchi alle pagine “extra” (come i ringraziamenti, i contatti, ecc…). Il grosso dell’impaginazione è ormai fatto, quindi le ultime cose che a quel punto rimarranno sarà la gestione dei codici isbn e delle impostazioni di pubblicazione~

Se tutto va bene e ho calcolato bene le tempistiche (purtroppo non posso sapere per certo quanti giorni esattamente ci vorranno per stampare tutte le copie), i volumi dovrebbero arrivarmi per la fine di gennaio/inizio febbraio.
Spero quindi di riuscire a spedire i pacchetti a tutti voi durante il mese di febbraio. > <
Il volume (salvo imprevisti o modifiche dell’ultimo momento) sarà in formato 6″x9″ (15.24 x 22.86 cm) , con copertina morbida e 430 pagine. (prima dell’impaginazione erano 600 *!!!*)
Il prezzo esatto di copertina purtroppo ancora non l’ho potuto decidere: ho prima bisogno di sapere esattamente quanto mi verrà a costare ogni singola copia. Approssimativamente parlando, però, sarà fra i 20 e i 25 euro.

Credoooo di aver detto tutto. In caso contrario, non esitate a contattarmi sulla piattaforma che più preferite! (Kickstarter, Facebook, Blog, ecc…)
Sarò più che felice di rispondere alle vostre domande. ❤
Ragazzi, grazie ancora per tutto l’aiuto e il sostegno!
Vi adoro tutti ❤

-Kino-

OBBIETTIVO RAGGIUNTO: 550€!!!

OBBIETTIVO RAGGIUNTO: 550€!!!

Ancora stento a crederci ma… CE L’ABBIAMO FATTA!!!
È ufficiale: Evil Heaven verrà DAVVERO stampato e pubblicato! E questo è anche merito vostro e del sostegno che mi avete donato. Quindi..
GRAZIE. GRAZIE. GRAZIE. A tutti voi! 

Che cosa succede ora?

Manca ancora tempo alla fine della raccolta fondi, questo significa che entro il 13 Gennaio chiunque potrà continuare a partecipare donando una determinata somma in cambio di un determinato pacchetto.

In qualsiasi caso, il progetto è ufficialmente andato in porto: Evil Heaven sarà pubblicato, sicuro al 100%! ❤

Nel mentre, vi propongo un NUOVO OBBIETTIVO: 700€!
In caso di raggiungimento della nuova cifra, aggiungerò ai pacchetti di tutti i partecipanti delle rewards extra: un poster (per ora) inedito a tema Rinnaeh Vart e un set di tre segnalibri con i personaggi principali della storia (Art, Ocean e Yurah).

Per donare basta cliccare *QUI*, selezionare “back this project” e seguire le istruzioni.

Le illustrazioni sono ancora in work in progress, ma non appena le avrò pronte caricherò delle anteprime così che possiate vederle! ❤

 

Grazie, ragazzi.
Grazie di cuore.

-Kino-

Evil Heaven e Kickstarter: raccolta fondi

È FINALMENTE INIZIATA!!
HELP.

Signore e signori, umani e non-umani: ho il piacere di presentarvi il Kickstarter dedicato a Evil Heaven!

Di cosa si tratta?
In parole semplici, Kickstarter è un sito internazionale di crowdfunding, ovvero un portale virtuale sul quale si possono presentare dei progetti e richiedere somme di denaro finalizzate a realizzarli. In cambio di determinate rewards, gli utenti possono donare soldi finanziando in tal modo questo o quell’altro progetto.
Da stanotte, inizia la raccolta fondi dedicata a Evil Heaven.
La raccolta durerà 60 giorni (il termine è previsto per il 13 Gennaio alle 23.59) e in caso di successo, i soldi guadagnati verranno tutti usati per la stampa delle prime centocinquanta copie cartacee del libro.

E il lettore cosa ci guadagna?
Tutti coloro che decideranno di partecipare alla raccolta fondi, avranno la possibilità di acquistare dei “pacchetti” esclusivi in base all’importanza della donazione fatta: il volume cartaceo, posters a tema Rinnaeh Vart, disegni originali fatti da me…
Qui potete trovare tutte le rewards fra cui scegliere~

Per qualsiasi informazione e/o delucidazione, non esitate a chiedere direttamente a me contattandomi sulla pagina facebook via messaggio privato!

Pronti???
Via! \•w•/

Il ragazzo, l’orologio e la pioggia

Il ragazzo sollevò le dita dalla tastiera del computer e chiuse gli occhi.
Inspirò profondamente. Espirò.

Tornò a sollevare le palpebre solo dopo che il ticchettio dell’orologio vicino ebbe scandito il silenzio raccoltosi nella stanza con sessanta brevi rintocchi, flebili e un po’ taglienti.

Spostò quindi lo sguardo in direzione della finestra.

Era una di quelle giornate in cui il mondo sembrava essere diventato d’un tratto un po’ più scuro. Il cielo, una spessa coperta grigia senza sfumature o ricami a darle un poco di tridimensionalità, premeva sui tetti della città come schiacciandoli fra la propria opprimente presenza e l’asfalto bagnato; palazzi che un tempo erano stati luminosi, ora sfoggiavano tinte fatte di colori stanchi.

E poi la pioggia.

Il ragazzo inclinò il capo.

Stava davvero piovendo?

Osservò una porzione di paesaggio appena oltre l’ultimo condominio della via, in cerca di uno sfondo scuro che mettesse in risalto le gocce di pioggia.

Eccole lì.

Erano microscopiche. Leggerissime.

Più simili a nebbia che a una vera e propria precipitazione. Abbastanza, però, da infradiciare la strada e i mezzi di passaggio.

Non faceva alcun suono, notò il ragazzo con una punta di delusione.

Lui amava il suono della pioggia, lo rilassava.

E invece, nella stanza piena di un silenzio asciutto, l’unica cosa che riusciva a percepire non appena perdeva la concentrazione sui propri pensieri era il ticchettio ritmico dell’orologio. Lo odiava, quel ticchettio. Odiava i rumori ritmici, quelli che ti penetrano nella testa come un ago sottile ma fastidioso, quelli che ti distraggono sia dalla realtà che dalla fantasia, che t’ipnotizzano in un limbo a metà fra il nervosismo e l’esasperazione.

Il ragazzo cominciò allora a canticchiare a bocca chiusa.

Mise in fila qualche nota a caso, senza seguire nessuna canzone in particolare, mormorando così nel silenzio una melodia nuova e dal ritmo sempre diverso. Una melodia incerta che sarebbe di certo sfumata in pochi attimi, fuggita per sempre dalla memoria del ragazzo.

Lui tuttavia continuò a canticchiare.

Le note presero pian piano senso, trovarono da sole un ordine preciso sollevando nella testa del ragazzo quella canzone che sempre aveva il potere di riempirlo. Semplicemente, riempirlo.

Aprì la bocca e cantò una frase.

Ne cantò un’altra.

Venne il ritornello, e la sua voce si alzò di un poco.

Interpretò a occhi chiusi la sua canzone accennando un sorrisetto sodisfatto di tanto in tanto.

Fanculo a quell’orologio.

Avrebbe cantato. Avrebbe cantato fino a che la pioggia, fuori, nel sentirlo avrebbe sollevato anche lei la voce per cantare assieme al ragazzo.

Fu così che il rintocco dei secondi perse forza e significato, non abbastanza per carpire di nuovo la sua attenzione, non abbastanza per metter bocca ai suoi pensieri. Abbassò il tono fino a zittirsi, finendo in quello che divenne un quadro meravigliosamente paradossale, dov’era l’orologio a perdersi nella voce del ragazzo e non più viceversa.

E quando infine giunse anche lo scrosciare d’acqua dall’esterno…

Eccoti qui, sorrise lui.

Il ragazzo e la pioggia cantarono assieme per tutto il pomeriggio e per tutto il pomeriggio l’orologio stette ad ascoltarli. Un po’ affascinato, un po’ sconcertato, un po’ grato di quella strana pausa in cui poter far riposare le sue lancette stanche.

L’ultimo ritornello.

L’ultima frase.

L’ultima nota.

La voce del ragazzo si spense, lo scrosciare della pioggia si trasformò in un timido applauso.

L’orologio…

L’orologio sospirò.

Attese un istante ascoltando per la prima volta in vita sua un istante di vero silenzio. Quindi riprese a ticchettare.

Il ragazzo guardò prima la pioggia, poi l’orologio.

Con un sorriso, posò le dita sulla tastiera del computer e concluse la sua storia con una breve e semplice frase.

Tutto scorre.