Il ragazzo, l’orologio e la pioggia

Il ragazzo sollevò le dita dalla tastiera del computer e chiuse gli occhi.
Inspirò profondamente. Espirò.

Tornò a sollevare le palpebre solo dopo che il ticchettio dell’orologio vicino ebbe scandito il silenzio raccoltosi nella stanza con sessanta brevi rintocchi, flebili e un po’ taglienti.

Spostò quindi lo sguardo in direzione della finestra.

Era una di quelle giornate in cui il mondo sembrava essere diventato d’un tratto un po’ più scuro. Il cielo, una spessa coperta grigia senza sfumature o ricami a darle un poco di tridimensionalità, premeva sui tetti della città come schiacciandoli fra la propria opprimente presenza e l’asfalto bagnato; palazzi che un tempo erano stati luminosi, ora sfoggiavano tinte fatte di colori stanchi.

E poi la pioggia.

Il ragazzo inclinò il capo.

Stava davvero piovendo?

Osservò una porzione di paesaggio appena oltre l’ultimo condominio della via, in cerca di uno sfondo scuro che mettesse in risalto le gocce di pioggia.

Eccole lì.

Erano microscopiche. Leggerissime.

Più simili a nebbia che a una vera e propria precipitazione. Abbastanza, però, da infradiciare la strada e i mezzi di passaggio.

Non faceva alcun suono, notò il ragazzo con una punta di delusione.

Lui amava il suono della pioggia, lo rilassava.

E invece, nella stanza piena di un silenzio asciutto, l’unica cosa che riusciva a percepire non appena perdeva la concentrazione sui propri pensieri era il ticchettio ritmico dell’orologio. Lo odiava, quel ticchettio. Odiava i rumori ritmici, quelli che ti penetrano nella testa come un ago sottile ma fastidioso, quelli che ti distraggono sia dalla realtà che dalla fantasia, che t’ipnotizzano in un limbo a metà fra il nervosismo e l’esasperazione.

Il ragazzo cominciò allora a canticchiare a bocca chiusa.

Mise in fila qualche nota a caso, senza seguire nessuna canzone in particolare, mormorando così nel silenzio una melodia nuova e dal ritmo sempre diverso. Una melodia incerta che sarebbe di certo sfumata in pochi attimi, fuggita per sempre dalla memoria del ragazzo.

Lui tuttavia continuò a canticchiare.

Le note presero pian piano senso, trovarono da sole un ordine preciso sollevando nella testa del ragazzo quella canzone che sempre aveva il potere di riempirlo. Semplicemente, riempirlo.

Aprì la bocca e cantò una frase.

Ne cantò un’altra.

Venne il ritornello, e la sua voce si alzò di un poco.

Interpretò a occhi chiusi la sua canzone accennando un sorrisetto sodisfatto di tanto in tanto.

Fanculo a quell’orologio.

Avrebbe cantato. Avrebbe cantato fino a che la pioggia, fuori, nel sentirlo avrebbe sollevato anche lei la voce per cantare assieme al ragazzo.

Fu così che il rintocco dei secondi perse forza e significato, non abbastanza per carpire di nuovo la sua attenzione, non abbastanza per metter bocca ai suoi pensieri. Abbassò il tono fino a zittirsi, finendo in quello che divenne un quadro meravigliosamente paradossale, dov’era l’orologio a perdersi nella voce del ragazzo e non più viceversa.

E quando infine giunse anche lo scrosciare d’acqua dall’esterno…

Eccoti qui, sorrise lui.

Il ragazzo e la pioggia cantarono assieme per tutto il pomeriggio e per tutto il pomeriggio l’orologio stette ad ascoltarli. Un po’ affascinato, un po’ sconcertato, un po’ grato di quella strana pausa in cui poter far riposare le sue lancette stanche.

L’ultimo ritornello.

L’ultima frase.

L’ultima nota.

La voce del ragazzo si spense, lo scrosciare della pioggia si trasformò in un timido applauso.

L’orologio…

L’orologio sospirò.

Attese un istante ascoltando per la prima volta in vita sua un istante di vero silenzio. Quindi riprese a ticchettare.

Il ragazzo guardò prima la pioggia, poi l’orologio.

Con un sorriso, posò le dita sulla tastiera del computer e concluse la sua storia con una breve e semplice frase.

Tutto scorre.

 

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