Mirror || Soukoku (capitolo 2)

2.

 

 

Era come avere addosso un gigantesco peso.

Una forza invisibile e continua avvolgeva il corpo nel quale Dazai si trovava, comprimendolo come una bolla che man mano si restringe sempre di più premendo attorno alla testa, contro il petto, lungo la schiena.

Risvegliarsi in quelle condizioni, dopo essere stato colpito dall’abilità di Oscar, era stato un piccolo inferno: non se l’era aspettato, non l’aveva immaginato, e prima ancora di poter in qualche modo realizzare, Dazai si era ritrovato per lunghi istanti ad agonizzare sul pavimento, i polmoni serrati e le ossa che parevano sul punto di sbriciolarsi.

A salvarlo era stato un minuscolo quanto improvviso barlume di lucidità.

Conosceva bene quella forza, lui.

Molte volte ne aveva avuto a che fare.

Molte volte aveva dovuto sopprimerla col proprio potere di annullamento.

For The Tainted Sorrow.

A quel punto aveva fatto appello a tutta la freddezza di cui era capace, soffocando la confusione, il panico, il dolore, e ad ogni costo aveva costretto se stesso a imporsi l’autocontrollo.

Era stato Chuuya a insegnarglielo, inconsapevolmente. Osservare con attenzione il giovane durante tutti i loro incarichi insieme aveva permesso a Dazai di imparare una delle regole fondamentali del suo potere: l’autocontrollo lo domina, le emozioni lo scatenano.

E se Chuuya era in grado di appellarsi ad un autocontrollo tanto ferreo da tenere costantemente al guinzaglio un’abilità di quella portata, di certo lui poteva fare altrettanto.

Riemergendo dai propri pensieri e dal ricordo di quegli attimi inquietanti, Dazai scoccò un’occhiata di sottecchi al giovane membro della Port Mafia che camminava appena qualche passo avanti a lui. Riuscì a sostenere la vista del proprio corpo solo per alcuni secondi prima di tornare a riabbassare lo sguardo sull’asfalto.

Si guardò allora le mani, avvolte in guanti neri e decisamente più piccole di quelle a cui era abituato.

Dunque era quello il potere con cui Chuuya conviveva ogni giorno della sua vita?

Quel rombo incessante nella parte posteriore della testa, costante, assordante quasi, come il frinire delle cicale in estate. Una risacca furiosa in perenne attesa di un attimo di distrazione grazie al quale poterti sopraffare onda dopo onda dopo onda.

Dazai doveva impiegare più che semplice concentrazione per riuscire a tenere a bada quel potere e al tempo stesso riuscire a focalizzarsi sulla realtà attorno, tant’è che quando Chuuya gli rivolse la parola, poco dopo, lui a stento lo udì.

«Ho detto», sbuffò l’altro quando capì di non essere stato ascoltato, «Che siamo arrivati».

Si era fermato all’ingresso di un modesto complesso di appartamenti, i suoi occhi ora castani puntati su Dazai con un’ombra d’impazienza ad animargli le iridi; fu solo in quel momento che lui si rese conto del braccio che l’altro si era distrattamente infilato sotto al cappotto in modo da poterlo premere contro il fianco probabilmente ferito.

«Dopo tutti questi anni, hai finalmente deciso di invitarmi a salire, Chuuya?».

«È uno degli appartamenti posseduti dalla Port Mafia», ringhiò il giovane di rimando sollevando gli occhi al cielo esasperato, «Piuttosto che farti sapere dove vivo, preferisco non avercela proprio una casa».

Con un passo un po’ barcollante, poi, Chuuya gli si avvicinò per strappargli di dosso il cappotto nero che teneva ripiegato sotto al braccio. Frugò per un momento in una delle tasche interne e ne tirò fuori una tesserina magnetica, dopo di che ridiede il cappotto a Dazai.

«Se lo rovini, ti ammazzo», lo ammonì prima di precederlo all’interno del complesso.

L’appartamento al quale lo guidò si trovava al settimo piano. Così come l’aspetto esterno, anche l’interno non era niente di che in quanto rifiniture o arredamento, vi era l’indispensabile per vivere e niente di più. Solo una cosa riuscì a catturare l’attenzione di Dazai rendendo ai suoi occhi quel posto leggermente più piacevole: la posizione rialzata e l’ampia finestra del piccolo soggiorno regalavano a chiunque si trovasse nella stanza un paesaggio fatto di tetti e insegne luminose, oltre i quali era quasi possibile scorgere in lontananza le luci della baia di Tokyo. Nonostante i grattacieli più alti lo nascondessero alla vista, Dazai sapeva che da qualche parte laggiù c’era il Cosmo Clock, vestito dei suoi led dai mille colori psichedelici.

Si perse a osservare il panorama, sospeso tra le mille luci di Yokohama e quel maledetto rombo all’interno della testa.

E ancora una volta non riuscì a distinguere le parole di Chuuya.

Si voltò per interrogare il giovane con lo sguardo, ma tutto ciò che ricevette fu un’occhiata diffidente.

«Sei sicuro di stare bene?», gli domandò Chuuya aggrottando le sopracciglia.

«Tu come ti sentiresti se un giorno ti svegliassi e ti ritrovassi nel corpo di un nano da giardino? Ah, già… È quello che fai ogni giorno, scusa».

Simulando una calma impeccabile, Chuuya si sfilò il cappotto e lo appoggiò sul tavolo della piccola cucina ad angolo, «Figurati. Non è da tutti svegliarsi ogni giorno nel corpo di un idiota e resistere alla tentazione di suicidarsi, dopotutto. Ah… No, aspetta… Scherzavo».

«Così mi ferisci».

«Esiste davvero al mondo qualcuno capace di ferirti?».

Un blando sorriso da parte di Dazai fu il segnale che quel round l’aveva vinto Chuuya. Doveva ammetterlo: lo preferiva molto di più quando reagiva alle sue provocazioni arrabbiandosi e urlando insulti senza senso.

Senza aggiungere altro a quella gara infinita a “chi odia di più l’altro” tra loro due, quindi, si lasciò cadere a peso morto sul divano sistemato in prossimità della finestra. Quel mobile dava l’idea di essere stato realmente usato soltanto due o tre volte dal momento in cui era stato messo in quell’appartamento, eppure la sua seduta si rivelò essere discretamente comoda.

«Bene», proclamò Chuuya dal nulla, «È arrivato il momento di darsi da fare».

Lanciò a Dazai una scatola di plastica bianca lunga poco meno di due spanne, dopo di che si piazzò davanti al divano e iniziò a togliersi i vestiti laceri e sporchi.

«…oh?», fece lui sollevando un sopracciglio.

Prima ancora che potesse dire o fare qualcosa, Chuuya gli lanciò in faccia il suo stesso gilet.

«Parlo delle ferite, idiota».

Dazai fece appena in tempo a buttare di lato il gilet che anche la camicia gli arrivò in faccia accompagnata da un grugnito irritato.

«Non ci posso credere che ci hai sperato davvero!».

«C’è parecchia differenza tra sperare e semplicemente pensare», si difese lui sollevando le mani a mo’ di resa, «Dopotutto, non sono io quello che si sta spogliando davanti all’altro. Il che, devo dire, mi sta dando un po’ di brividi. Non è propriamente il mio sogno più recondito quello di ricevere come regalo uno spogliarello da me stesso».

«Ti assicuro che vorrei davvero risparmiarmelo anch’io, ma non credo che tu abbia imparato a medicare le ferite attraverso i vestiti durante questi anni con l’Agenzia», ribatté a denti stretti Chuuya.

Lui ammiccò fingendosi perplesso. Lo fece più per distrarsi dall’immagine del proprio corpo a torno sudo davanti a lui, che per effettiva perplessità.

Aveva bisogno di mantenere viva la conversazione e occupata la mente, in questo modo, forse, non si sarebbe soffermato troppo sugli strati di bende che fasciavano il torace e le braccia di quel corpo che adesso non era più suo.

«Vuoi che ti medichi io?».

«Ma dai?».

Un attimo si pausa, poi, «Perché dovrei farlo?».

Chuuya allora si chinò in avanti arrivando a poggiarsi con le mani alle ginocchia del giovane. Piantò i propri occhi in quelli di Dazai.

Fu odioso rendersene conto, ma venire scrutato in quel modo dalle sue stesse iridi castane lo turbò più di quanto si sarebbe aspettato.

«Primo, perché questo corpo è tuo. Secondo, perché è grazie al sottoscritto se ora non sei anche tu ridotto a una specie di colabrodo. E terzo, non posso medicare nessuna ferita senza prima togliere questo maledetto casino di bende. Quindi ti conviene pensarci tu se non vuoi che mi strappi di dosso ogni singola benda e guardi quello che c’è sotto».

In qualche modo, Dazai riuscì a sorridere. Un sorrisetto furbo e affilato, fatto per nascondere il filo di tensione che per un momento gli indurì i muscoli della schiena.

«In realtà non vedevi l’ora di strapparmi di dosso sia le bende che i vestiti, ammettilo».

Chuuya ristette per qualche istante. Raddrizzò quindi la schiena, e senza un accenno di tentennamento afferrò il lembo di una delle bende e iniziò a tirare.

«Va bene! Va bene!», proruppe allora Dazai facendogli spazio sul divano, «Vieni qui. Dove ti hanno preso i vetri?».

«Faccio prima a dirti dove non mi hanno preso».

Nel mentre che l’altro gli si sistemava a fianco sedendosi in modo da dargli la schiena, lui aprì la scatola bianca del pronto soccorso vagliando con lo sguardo bende e disinfettante.

Fu strano.

Molto strano.

Prese fra le mani uno dei rotoli di bende pulite e deglutì piano prima di iniziare a togliere quelle vecchie dal corpo davanti a lui. Sapeva anche senza controllare che Chuuya stava tenendo gli occhi chiusi. Sapeva anche senza controllare che li avrebbe tenuti chiusi fino a che non avesse finito.

Fu strano.

Molto strano.

Aveva bendato e ribendato quel corpo così tante volte, ma mai lo aveva fatto con la coscienza che ciò avrebbe portato sollievo a qualcuno. Nascondeva i propri segni e le proprie ferite sotto spessi strati di medicazioni per necessità, non certo per il benessere del corpo in cui viveva, e mai una sola volta i suoi pensieri avevano anche solo lontanamente sfiorato l’idea che una condotta del genere avrebbe potuto dare dolore a qualcuno che non fosse lui stesso.

Mentre ora… si trovava costretto a occuparsi del suo corpo mettendoci attenzione e gentilezza.

Si trovava costretto a… a prendersene cura.

Ora, il suo corpo era lì davanti a lui con tutte le sue bende, i suoi segni e i suoi ricordi. I ricordi dei combattimenti, delle ferite, di tutte quelle volte che aveva provato a suicidarsi. Ma a “indossarlo” adesso non era più lui, bensì qualcun altro. Adesso, ferire il suo stesso corpo significava ferire qualcun altro.

Realizzare una realtà simile fu come ricevere un pugno in pieno viso.

«…tutto ok? Sono messo così male?», mormorò d’un tratto Chuuya riscuotendolo dai suoi pensieri.

«Mh… Niente di grave, direi».

I seguenti venti minuti li passò in silenzio, concentrato unicamente nell’arduo compito di medicare il corpo in cui ora si trovava Chuuya senza stringere troppo i bendaggi o disinfettare troppo bruscamente, senza strappare via le garze vecchie dalle ferite aperte ma piuttosto rimuovendole lentamente man mano che le bagnava con il disinfettante per renderle il più morbide e maneggiabili possibile. Ascoltò con attenzione ogni respiro di Chuuya, ogni muscolo che sussultava silenziosamente per il dolore, ogni spasmo delle sue mani chiuse a pugno, regolandosi su quei piccoli e quasi impercettibili indizi in modo da rendere il processo di medicazione il meno doloroso possibile.

Ma ad ogni segno di disagio da parte dell’altro, Dazai si rendeva conto di quanta poca gentilezza le sue mani conoscessero. Le aveva usate così tante volte per far del male a se stesso che adesso si riscopriva incapace a usarle per alleviare il dolore di qualcun altro.

Ciò, inaspettatamente, insinuò in lui una vena di tristezza.

«Fatto», annunciò infine dando una lieve pacca fra le scapole dell’altro, ben attento a non colpire qualche taglio aperto.

Per tutta risposta, l’altro sollevò con cautela le braccia verso l’alto e azzardò l’intenzione a stiracchiarsi.

«Mi sento una mummia. Come diamine fai a muoverti con tutta questa roba addosso?».

La risposta di Dazai fu una semplice stretta di spalle.

Evitò di dirgli che lui oramai ci aveva fatto l’abitudine, che sentire tutte quelle bende addosso era diventata una sensazione quasi rassicurante.

Stette a osservare Chuuya nel mentre che si alzava dal divano e scompariva in un’altra stanza, per poi tornare poco dopo con indosso un paio di pantaloni neri e una camicia bianca puliti. La camicia pareva un po’ troppo piccola per quel corpo slanciato, ma lui ovviò il problema arrotolandosi le maniche fino ai gomiti ed evitando di infilarne gli orli all’interno dei pantaloni.

Caddero poi alcuni attimi di silenzio.

Gli occhi di Chuuya parvero perdersi momentaneamente nel vuoto, e Dazai si ritrovò a fissare il suo stesso viso tagliato a metà da un fascio di luce filtrato dalla finestra.

Durò solo pochi istanti: lo sguardo dell’altro saettò su di lui come riscosso all’improvviso da un pensiero lontano. Lo scrutò con lentezza, dalla testa ai piedi e dai piedi alla testa, il modo in cui Chuuya scrutava sempre le persone che per qualche ragione non riusciva a comprendere. Lo stesso modo in cui aveva scrutato Dazai stesso molte, moltissime volte in passato.

L’unica differenza fu che, questa volta, non c’erano le sue familiari e luminose iridi azzurre a scandagliare la figura del giovane da cima a fondo.

Iridi marroni. Buie. Spente.

Impenetrabili.

Irritanti.

Dazai fece per prendere fiato prima di parlare, quando accadde qualcosa d’inaspettato che bloccò sul nascere la sua voce. Chuuya aggrottò le sopracciglia e inclinò di lato il capo come se stesse cercando di guardarlo da una differente angolazione; quel semplice gesto modellò sul suo viso un’espressione combattuta fra la confusione e l’irritazione, un’espressione che Dazai gli aveva visto fare un milione di volte, ma che in quel momento fu come una secchiata d’acqua fredda in piena faccia.

Perché Chuuya aveva usato i suoi lineamenti per farla.

Erano di Dazai le sopracciglia che aveva appena incurvato in due asimmetriche linee scure. Erano di Dazai gli occhi che aveva rapidamente chiuso e riaperto in un ammiccare nervoso. Erano di Dazai le labbra che all’ultimo aveva stretto per trattenere chissà quali parole.

Fu destabilizzante.

Fu destabilizzante perché quella era la prima volta dopo una quantità di tempo che Dazai non seppe calcolare che percepiva sul proprio volto un’espressione tanto marcata ed eloquente, tanto… espressiva.

«Mi aspettavo di vederti crollare da un momento all’altro, e invece sei ancora in piedi», esordì Chuuya senza nascondere una punta di sincera sorpresa, «Immagino sia un buon segno».

«Immagino anch’io… Sapessi di cosa stai parlando», commentò lui accennando un cipiglio.

Senza dire una sola parola, Chuuya gli andò vicino quel tanto che bastava per poter poi sbilanciare il proprio peso sulla gamba sinistra e sferrare senza alcun preavviso un calcio diretto al suo volto.

La reazione di Dazai fu tanto immediata quanto automatica: s’inclinò di lato e catturò fra le proprie dita la caviglia dell’altro bloccandogli il colpo a mezz’aria, impedendogli di raggiungere il bersaglio.

Il danno, però, era ormai stato fatto.

Quell’attacco tanto repentino aveva colto Dazai di sorpresa costringendolo ad agire d’istinto, e ciò gli aveva fatto perdere la presa sul suo autocontrollo.

Il rombo all’interno della sua testa esplose quasi nello stesso momento, quindi fu il turno del dolore.

Non fu abbastanza rapido a serrare le labbra e un lamento strozzato gli sfuggì nel mentre che si piegava in avanti sul divano, la presa sul corpo di Chuuya che si allentava e infine scompariva.

«Tainted Sorrow», mormorò quello chinandosi su di lui, «Non la stai controllando, idiota. La stai solo ignorando. E se la ignori, alla prima opportunità lei ti uccide».

Dazai non poté fare a meno di sfoggiare un sorriso tirato e sofferente.

«Tale e quale al suo padrone», disse sollevando gli occhi sull’altro.

Un battito di ciglia, e si ritrovò spinto con forza contro lo schienale del divano da un paio di braccia inaspettatamente vigorose. In quelle condizioni non fu difficile per Chuuya sovrastarlo con la propria mole e inchiodarlo, trattenerlo, le dita affondate nelle spalle di Dazai come se dovesse prepararsi a contrastare da un momento all’altro una spaventosa spinta proveniente dal senso opposto.

«Guardami», ordinò atono.

Per qualche strano motivo che si oppose alla sua reale volontà, Dazai ubbidì.

«Regola numero uno per sopravvivere a Tainted Sorrow: resta aggrappato alla realtà. Non importa cosa, non importa quanto lei sia forte. Non chiudere gli occhi».

Non chiudere gli occhi.

Dazai deglutì.

«Che cosa devo fare?», domandò sforzandosi di non distogliere lo sguardo da quello dell’altro.

Non fu semplice.

Davanti a lui adesso vedeva solo se stesso, le sue stesse braccia bendate che lo trattenevano e la sua stessa voce che gli ordinava di continuare a guardare.

Quello non sei tu, cominciò a ripetersi nella testa. Quello è Chuuya. È Chuuya che ti sta parlando. È Chuuya che ti sta chiedendo di continuare a guardare.

Inspirò bruscamente e poi buttò fuori tutta l’aria accumulata nei polmoni.

Sì, questo poteva farlo.

Se era Chuuya a chiederlo, forse poteva farlo.

«Respira molto lentamente, svuota la mente. Fai in modo che il tuo battito rallenti», lo istruì man mano l’altro, «Non devi visualizzare il potere come se fosse tuo nemico, perché lui adesso fa parte di te. Tainted Sorrow è dento al tuo sangue. Se vuoi averlo dalla tua parte devi accettarlo come un compagno, e se vuoi riuscire ad accettarlo…».

La voce di Chuuya si abbassò, quindi si spense. Attraverso i suoi occhi scuri emerse una nuova emozione: incertezza.

Concluse comunque la frase, ma lo fece con lentezza e qualcosa di molto simile alla cautela.

«…devi accettare te stesso».

Sembrava quasi che dicendolo ad alta voce si stesse rendendo contro persino lui di quale assurdità fosse. Ma quello, dopotutto, era Chuuya. Non importava quanto una cosa fosse assurda o addirittura impossibile, lui non si sarebbe fermato.

«Persino tu non ne sembri molto convinto», lo provocò Dazai con un mezzo sorriso. Parlare, incredibilmente, lo stava aiutando a tenere a bada il rombare incessante all’interno della sua testa.

«Lo sono sicuramente più di te», ribatté l’altro prima di afferrargli le spalle con maggiore forza, quasi affondandogli le dita nella carne. «Farai meglio a convincertene pure tu, perché se osi morire dentro il mio corpo, ti giuro che mi assicurerò che il tuo viva invece per molto, moltissimo tempo».

Ed eccolo di nuovo, quel contrasto violento: un’espressione piena d’intenti, eloquente come non mai…

Un’espressione tipica di Chuuya, modellata però sui lineamenti di Dazai.

Si fissarono l’un l’altro per un interminabile momento, studiandosi, sfidandosi. Poi, con estrema lentezza, Dazai venne lasciato andare.

«Sei un dannato figlio di puttana con un dannato autocontrollo, te lo concedo», sbuffò Chuuya raddrizzando la schiena.

Lui non poté fare a meno di sorridere. In qualche modo, quella sottospecie di riconoscimento da parte dell’altro gli fece piacere.

«C’è altro che dovrei sapere sulla mia nuova abilità, maestro?», ironizzò.

L’occhiata che ricevette fu fredda e affilata, priva di qualsiasi magnanimità.

Dazai deglutì silenziosamente.

Era questo ciò che le persone vedevano quando lui fissava qualcuno senza alcun filtro ad addolcire la propria espressione?

«Sì», parlò ancora una volta Chuuya, «La regola numero due per sopravvivere a Tainted Sorrow».

I suoi occhi si fecero improvvisamente più penetranti e per un momento Dazai si ritrovò a pensare che gli mancavano le familiari iridi azzurre e luminose.

«Non devi mai e poi mai usare Corruzione. Mi hai capito, Dazai? Mai. Se la percepisci vicino alla superficie, sopprimila con tutto te stesso. E avvertimi. Immediatamente».

«Pensi che io non possa essere in grado di controllarla?».

«Oh, non lo penso. Ne sono convinto con tutto me stesso».

E, per una volta nella sua vita, Dazai disse a se stesso che dare ragione a Chuuya era la cosa migliore da fare.

Corruzione non avrebbe messo in pericolo soltanto la sua di vita, ma anche quella di chiunque gli si fosse trovato vicino in quel momento.

No.

Non l’avrebbe mai permesso.

Annuì quindi alle parole dell’altro, «Ho capito».

Soddisfatto di quella reazione, Chuuya fece a sua volta un segno d’assenso col capo e si voltò per dargli le spalle.

«Possiamo restare qui per un po’, almeno finché non capiremo come ritornare nei nostri corpi».

«Sappiamo già come ritornare nei nostri corpi», lo corresse Dazai.

Non ci fu bisogno di dirlo ad alta voce: trovare Oscar e usare su di lui l’abilità di annullamento di Dazai. O meglio, l’abilita di annullamento che ora apparteneva temporaneamente a Chuuya.

Il vero problema era come trovare Oscar.

«Ci penseremo domani mattina», disse Chuuya, quasi gli avesse appena letto nella mente. «Ora dormiamo. Non so tu, ma io ho decisamente bisogno di riposare».

«Fammi indovinare: a me tocca il divano».

Il sorriso che Chuuya gli rivolse fu tanto luminoso quanto affilato, «Cerca di non fare cose strane col mio corpo e cerca di non morire durante la notte».

Accompagnò le sue parole agitando allegramente una mano a mezz’aria, come a salutarlo, dopo di che si congedò in camera da letto.

Rimasto solo con nient’altro che il silenzio e una finestra aperta sul cielo notturno di Yokohama, Dazai decise che, dopotutto, anche per lui era arrivato il momento di coricarsi. Qualche ora di sonno non avrebbe potuto che giovargli dopo tutti gli eventi assurdi di quella nottata.

Avrebbe ricominciato a pensare ai suoi problemi una volta sorto nuovamente il sole.

Si buttò su un fianco, quindi rotolò sulla schiena saggiando sotto i muscoli la morbidezza del divano; si sistemò di riflesso il braccio destro sotto la nuca a mo’ di cuscino e puntò lo sguardo contro il soffitto.

Rivolse a quel punto i propri pensieri ad Atsushi.

Saperlo sano e salvo insieme agli altri dell’Agenzia sarebbe stato sufficiente a permettergli un sonno relativamente tranquillo. Non volle nemmeno soffermarsi a immaginare cosa sarebbe potuto accadere se anche il ragazzo fosse finito coinvolto nell’abilità di Oscar. O, peggio, se fosse stato rapito e portato chissà dove.

Ora invece era al sicuro, Kunikida si sarebbe sicuramente occupato di lui.

Chiuse gli occhi espirando profondamente aria e tensione, la mano sotto la sua nuca che inconsciamente iniziava a muoversi fra le ciocche di capelli. Fu solo a quel punto che la consapevolezza di avere fra le dita capelli non suoi lo colpì dritto al cervello.

Senza aprire gli occhi, si passò allora la mano sinistra nella coda che gli ricadeva morbidamente sulla spalla; coi polpastrelli ne saggiò la consistenza e la lunghezza, ritrovandosi ben presto incantato nell’accarezzarla dalle radici alle punte con movimenti lenti e ripetitivi.

Quei capelli erano incredibilmente morbidi.

Fu una sorpresa rendersene conto.

Fu una sorpresa, perché era solo grazie a quel pensiero se stava man mano realizzando di non aver mai sfiorato prima i capelli di Chuuya.

Mai.

Neanche per sbaglio.

Nonostante le occasioni che aveva avuto per farlo.

Si domandò perché non avesse mai pensato nemmeno una volta di passare le dita fra le sue ciocche rosse e, non trovando alcuna risposta plausibile, semplicemente lasciò perdere il pensiero.

Lasciò perdere qualsiasi altro pensiero permettendo così al suo corpo di rilassarsi e scivolare lentamente verso il sonno, con un braccio magro e duro come cuscino e un rombare lontano nella sua mente come ninnananna. Le sue dita che giocherellavano fra ciocche di capelli non suoi.

 

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Capitolo 3 (wip)

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