Capitolo 3

CAPITOLO 3
Coincidenza

 

 

Ripensò al suo incontro con Ocean durante tutta la giornata successiva. Mentre col corpo compiva le solite azioni quotidiane, con la mente ritornava invece a quei due occhi viola che lo fissavano indagatori, immobili, enigmatici. Vagliò a lungo anche l’improvvisa sensazione d’inquietudine che aveva provato quando il giovane gli aveva rivolto quell’ultima, intensa occhiata prima di allontanarsi a tutta velocità a cavallo della Kawasaki nera.

Ancora, non riusciva a spiegarsi che cosa fosse accaduto.

Durante le noiose ore di scuola provò anche a disegnarlo, seduto al tavolo con le dita incrociate sotto il mento e lo sguardo fisso davanti a sé, a osservarlo silenzioso dal foglio di carta. Passò su quel disegno buona parte della mattinata, ombreggiando con cura il viso e le mani e lasciando invece gli abiti a malapena abbozzati. Accennò lo sfondo con poche rapide righe e, infine, sfumò gli occhi con il pastello viola, unico colore nel grigio atono della grafite.

E man mano che dava forma al suo ritratto, si rigirava nella mente anche le ultime parole di Ocean.

‘Volevo capire che genere di persona sei’.

Ancora non riusciva a capire se quella frase l’avesse intrigato oppure turbato. Tutto, di quella sera, lo teneva sospeso tra la curiosità e l’inquietudine.

Ben presto prese a fantasticare su quali significati nascosti potessero esserci nelle parole di Ocean o nel suo inspiegabile comportamento, finendo in tal modo ancora una volta in quell’abisso di fantasie improbabili che era la sua mente.

Il suono della campanella lo colse all’improvviso facendolo sobbalzare sulla sedia. Alzò rapidamente lo sguardo dall’album per metà nascosto sotto il quaderno di algebra e si guardò intorno; senza che nemmeno se ne fosse reso conto, anche l’ultima ora di lezione era terminata. Attorno a lui gli altri studenti sciamarono rumorosamente verso l’uscita, zaino in spalla e sigarette già pronte fra le dita. Riscuotendosi dalle proprie elucubrazioni mentali, si affrettò anch’egli a imitare i compagni raccattando quaderno e tablet e lasciando l’aula con la giacca infilata a metà. Varcate le porte della scuola trovò ad accoglierlo una piacevole brezza che portava con sé i primissimi accenni di primavera; respirò a pieni polmoni quell’aria ancora un po’ fredda e più volte strizzò gli occhi, irritati dalla fastidiosa luce solare riflessa sulla leggera coltre di nuvole che quel giorno copriva il cielo.

Stava quasi per raggiungere l’ampio cancello arrugginito del cortile quando un ragazzo dai capelli castani tagliati a spazzola gli si parò di fronte sbarrandogli la strada. Su una delle robuste spalle reggeva uno zaino rosso piuttosto malandato, le mani erano affondate nelle tasche dell’ampia giacca verde militare che indossava, mentre in faccia aveva la chiara espressione di chi è in cerca di litigi.

Riconoscerlo e sospirare pesantemente fu un tutt’uno.

«Perché quella faccia, Artian? Non sei felice di rivedere il tuo vecchio amico?».

«Felice come un agnello nel giorno di Pasqua», rispose atono Art, «Che diavolo vuoi questa volta, Matt?».

Quello scoppiò a ridere esibendo un sorriso un po’ storto ma a modo suo gradevole.

«Sei sempre così adorabile».

Lui alzò gli occhi al cielo sbuffando.

Di tutte le persone che meno amava vedere, di certo Matt occupava il primo posto.

Avevano frequentato insieme i primi due anni delle superiori finché, in seconda, il compagno non era stato rimandato a causa della quantità pressoché imbarazzante d’insufficienze. Nella propria testa, Art aveva più volte benedetto la totale incapacità di Matt nell’applicarsi nello studio.

«Il tempo passa e tu rimani sempre il caro, vecchio Artian», il ragazzo gli si accostò superandolo in altezza di una buona spanna, «Eppure mi dicono che ti stai facendo un mucchio di amici all’Evil Heaven».

Sogghignò esibendo di nuovo il suo sorriso storto.

L’allusione arrivò forte e chiara: qualche conoscenza di Matt doveva aver notato Art mentre, la sera prima, si allontanava dalla discoteca insieme a Ocean. Sapere che qualcun altro era a conoscenza di quell’incontro fu sufficiente a innervosirlo.

«E questo cosa avrebbe a che fare con te?», domandò incrociando le braccia al petto.

Il sorriso di Matt diventò una smorfia delusa, «Sei cattivo, Artian. Per quei bellimbusti dell’Evil sei pronto a scodinzolare come un cagnolino, mentre con me che sono tuo compagno non sei mai stato amichevole nemmeno una volta».

Non che l’amicizia di Art gli interessasse davvero. Probabilmente, l’unico vero interesse che Matt aveva nei suoi confronti era quello d’infastidirlo fino allo sfinimento.

«Scusa, non è mia abitudine scodinzolare agli idioti», ribatté a denti stretti. Il suo sguardo si fece di ghiaccio, Matt però non ne parve impressionato, non reagì nemmeno alla provocazione.

Semplicemente, lo squadrò dalla testa ai piedi.

«Quindi vai solo con quelli più grandi di te o hai una particolare debolezza per i cantanti?», sorrise tagliente.

Questa volta Art esitò: non ricordava che Matt fosse tanto bravo a parole.

Un’espressione soddisfatta si modellò sul volto di quest’ultimo quando captò la sua indecisione, ciò lo indusse a spingere la lama più affondo.

I suoi occhi color nocciola furono attraversati da un barlume di sufficienza, «Insomma, sapevo che hai dei gusti un po’… particolari, ma non mi aspettavo che fosse addirittura il tipo di persona da una botta e via».

«Ti piacerebbe, eh, Matt?».

Sulle labbra di Art affiorò un sorriso freddo. Non aveva distolto lo sguardo da quello del compagno un solo attimo, continuando imperterrito a sfidarlo silenziosamente attraverso le sue iridi vitree.

«Non ho certe tendenze, dovrai cercarti qualcun altro per la tua ‘botta e via’».

Calò il silenzio, accompagnato da un teatrale cambio di luce dovuto al passaggio di una nuvola più spessa delle altre. Lo scambio di sguardi fra i due proseguì fino a che Matt non reagì posandogli lentamente una mano sulla spalla.

«Stai attento, Artian», disse chinandosi su di lui, «Potresti farti del male se continui a frequentare gente poco raccomandabile».

«Grazie del consiglio, lo terrò a mente».

Un sorriso sottile si formò sulle labbra di Matt.

Mai, durante i due anni passati nella stessa classe, Art aveva temuto le sue reazioni, eppure con quell’espressione in viso dovette ammettere che l’ex compagno pareva ancora più rude e prepotente di quanto già non fosse. Desiderò essere fisicamente più grande in modo da poter sferrare un pugno contro quel viso tanto irritante senza doversi poi preoccupare delle conseguenze.

Dal nulla e senza preavviso, arrivò poi una mano che l’afferrò da dietro sottraendolo alla presa di Matt e riscuotendolo dai suoi pensieri di violenza.

«Vedi di non esaltarti troppo, Matt. Ci sono un mucchio di persone che potrebbero prendere a calci quel tuo brutto culo senza il minimo sforzo», ringhiò Edith parandosi fra i due.

In un primo momento l’altro sembrò sorpreso nel vederla comparire così all’improvviso. Si ricompose esibendo una smorfia sbieca e divertita.

«Tipo tu?».

La ragazza sorrise apertamente, «Vuoi fare una prova?».

Matt le scoppiò a ridere in faccia, ma comunque arretrò di un paio di passi, «Sei fortunata: io non picchio le ragazze».

«Tu invece sei sfortunato, perché io picchio chiunque».

L’ilarità scomparve dal volto del ragazzo. Non fece però in tempo a ribattere che Art intervenne rapido afferrando Edith per un braccio e trascinandola via.

«Non ne vale la pena. Andiamocene», disse senza un briciolo d’emozione nella voce, ignorando sia le proteste dell’amica che gli insulti di Matt.

 

Camminarono per un lungo pezzo senza dirsi una parola, diretti alla fermata degli elettrobus, poi Edith scoppiò in un ringhio furioso.

«Quanto mi fa incazzare! Si crede tanto figo o cosa?!», con un gesto stizzoso si scostò una ciocca di capelli dalla spalla.

Lui si limitò a sospirare, «Ignoralo, se reagisci fai solo il suo gioco».

«Ma tu come diavolo fai? Sei sempre così calmo, dannazione!», ribadì la ragazza voltandosi di scatto verso Art, «Io gli avrei già tirato un pugno in faccia da tempo».

Per tutta risposta lui si strinse nelle spalle sorridendo come se non avesse effettivamente saputo darle una spiegazione.

«Perché lo hai fatto?», tornò a dire poco dopo, «Ora infastidirà anche te…».

«Che si accomodi, non vedo l’ora».

Tutta quella spavalderia lo fece sorridere di nuovo, «Dico davvero, non è divertente avercelo sempre attorno. E poi non vorrei vedermi costretto a tirargli davvero un pugno per proteggere te».

Attese che l’amica reagisse alla sua frecciatina ironica con qualche frase scostante, e invece quella se ne rimase zitta e con lo sguardo basso.

«È che non sopporto quando ti tratta così», ammise infine, la voce più bassa del solito. Sorpreso, Art voltò la testa cercando inutilmente di catturare il suo sguardo.

«Tu… non hai mai fatto del male a nessuno. Te ne stai sempre per conto tuo, certo, ma se qualcuno ti chiede aiuto non lo neghi quasi mai. A modo tuo sei gentile, quindi odio se la gente si approfitta di te solo perché non reagisci fisicamente», esitò un momento prima di abbassare ulteriormente la voce e aggiungere, «…o solo perché ti piacciono i maschi».

Ci fu un lungo momento di silenzio, durante il quale Edith mantenne ostinatamente gli occhi fissi sulla strada davanti a sé facendo finta di non vedere l’espressione stupita di Art. Si decise a guardarlo solo quando lui si mise a ridere.

«Non sono poi così gentile, Edith. Non mi commuovo sentendo notizie drammatiche al telegiornale, odio quando la gente mi coinvolge nei suoi problemi e sono favorevole all’aborto. Non credo che la gentilezza sia uno dei miei lati migliori».

«Esistono molti modi per essere gentili», borbottò Edith, «Spesso non te ne accorgi nemmeno».

Raggiunsero la fermata degli elettrobus, ma Art quasi non se ne accorse.

«…beh, grazie», mormorò incerto.

Gli occhi di lei saettarono verso i suoi. «Grazie di cosa?».

Si strinse nelle spalle distogliendo lo sguardo.

«In un certo senso era un complimento, no?».

Edith ammiccò, poi sorrise e annuì.

Una decina di minuti più tardi stavano salendo insieme sull’elettrobus color cobalto che sfoggiava sulla fiancata e sul muso il numero venticinque, il numero del percorso che più si avvicinava alle loro abitazioni. Con un’intera carreggiata a disposizione lungo la quale si snodava l’apposita monorotaia, al mezzo era possibile correre attraverso le strade della città a velocità sostenuta indipendentemente da quali che fossero le condizioni del traffico. In tal modo, il tempo impiegato per coprire ingenti distanze come quella che separava le abitazioni di Edith e Art dalla scuola si riduceva drasticamente rispetto a quello speso da un normale autobus o un’auto. Una sorta di metropolitana a cielo aperto, insomma.

Seduto su uno dei sedili di coda al fianco di Edith, Art trascorse il breve viaggio verso casa nel più completo silenzio, perso nei suoi numerosi e caotici pensieri. Si riscosse solo quando l’elettrobus sfrecciò sotto il familiare cavalcavia rosso ricordandogli che la fermata successiva era la sua. Avvicinandosi alle porte automatiche salutò Edith con un cenno della mano, dopo di che scese dal mezzo ritrovandosi a metà di Strada Vecchia. Percorse qualche decina di metri a piedi e finalmente arrivò alla via laterale in cui si trovava casa sua, una modesta costruzione bianca col tetto grigio. Oltrepassò il basso cancelletto verde perennemente aperto, attraversò il breve e sciupato giardinetto e raggiunse il portoncino di casa.

Quasi sobbalzò quando, spalancatolo, si trovò davanti sua madre. Lo stava fissando dall’ingresso, immobile con le braccia incrociate al petto e l’espressione del viso granitica.

«…ciao», mormorò con cautela nel richiudersi la porta alle spalle, «Non lavori oggi?».

«Turno corto», fu la risposta piatta, «Noi due dobbiamo parlare, Artian», aggiunse poi indicandogli con un movimento del capo la cucina. Il sospetto che qualcosa non andasse divenne all’istante una certezza; senza proferire parola, Art ubbidì accomodandosi al tavolo in attesa di una spiegazione che non arrivò. Al suo posto ci fu invece una domanda che lo lasciò spiazzato.

«Dove sei stato ieri sera?».

«All’Evil Heaven, no? C’era quel concerto…», ammiccando senza capire, Art guardò la madre sedersi di fronte a lui con il tablet fra le mani e la fronte corrugata.

«Come sei tornato?».

«Ho preso l’elettrobus, è ovvio».

«A che ora?».

A quell’ultima domanda non fu capace di trattenere uno sbuffo, quel comportamento da parte di Valerie era insolito e fastidioso.

«Le undici, più o meno. Mi hai pure visto quando sono entrato in casa, ricordi?», nonostante il tono di voce fosse calmo, stava rapidamente iniziando a innervosirsi, «Si può sapere che succede?».

La risposta gli venne fatta scivolare davanti agli occhi; il tablet che sua madre aveva tenuto in mano fino a poco prima mostrava la pagina di un quotidiano. Art fissò interdetto lo schermo, studiò i titoli con attenzione, ma non trovando nulla che potesse dargli un’effettiva spiegazione tornò a guardare la donna aggrottando le sopracciglia. Valerie venne in suo aiuto indicandogli un piccolo articolo in fondo alla pagina.

Dapprima non comprese, ma quando per la terza volta rilesse il titolo assimilandolo appieno, si sentì il sangue gelare nelle vene.

“Guida ubriaco e si schianta contro un elettrobus. Tre morti”.

«Dove sei stato ieri sera, Artian?», domandò ancora una volta sua madre, Art però aveva smesso di ascoltarla. Stava fissando la pagina con un’espressione a metà fra l’allibito e lo spaventato, diventando sempre più pallido man mano che leggeva l’articolo.

La notte prima c’era stato un brutto incidente stradale che aveva visto un’auto fuori controllo attraversare a tutta velocità un incrocio a pochi chilometri da casa loro. Ignorando segnali e semafori, la vettura aveva tagliato la strada a diverse altre auto per poi finire con lo schiantarsi contro la fiancata di un elettrobus di passaggio, causandone in questo modo il deragliamento e travolgendo i passeggeri al suo interno. L’unico sopravvissuto era l’autista del mezzo pubblico; i due passeggeri e il giovane ubriaco erano morti sul colpo.

Non fu tuttavia la dinamica dell’incidente a scioccare in quel modo Art, bensì la piccola foto che raffigurava l’elettrobus qualche ora dopo il fatto. Il muso e la coda erano quasi completamente integri, ma la fiancata sinistra non esisteva più, una voragine dai bordi slabbrati e anneriti si apriva spaventosa rivelando uno scorcio dell’interno distrutto, là dove l’auto l’aveva colpito e sfondato. Il numero che l’elettrobus riportava sulla parte frontale era il venticinque.

«Artian!».

Il richiamo di Valerie lo fece sobbalzare. Art sollevò su di lei un paio di occhi spenti e pieni d’orrore, tanto che vedendoli la donna addolcì di un poco la propria espressione. Non ci fu bisogno di parole, entrambi stavano pensando a cosa sarebbe potuto succedere e cosa invece era davvero successo: Art avrebbe dovuto trovarsi su quell’elettrobus al momento dell’incidente, ma per qualche miracoloso motivo non era mai salito a bordo.

Un nodo alla gola bloccò per un attimo il respiro del ragazzo quando realizzò perché era ancora vivo.

«Mi sono… trattenuto all’Evil un po’ di più», iniziò lentamente, attento a non tradirsi da solo, «Edith mi ha chiesto di rimanere ancora un po’ e in cambio uno dei suoi amici si è offerto di riaccompagnarmi a casa».

L’espressione di Valerie divenne indecifrabile. «In auto?».

«No, moto», rispose dopo un attimo d’esitazione.

Un lungo momento di silenzio, poi la donna parlò ancora.

«Perché non me l’hai detto?».

«Non volevo che ti preoccupassi inutilmente», fu la risposta incerta.

Un lunghissimo e stanco sospiro uscì dalle labbra di Valerie, la donna si sollevò di scatto dalla sedia dirigendosi alla finestra con passo stizzoso. Stette a fissare il paesaggio da colori spenti oltre il vetro per svariati minuti, minuti che Art passò in rigoroso silenzio attendendo la reazione della madre.

«Dovrei essere arrabbiata…».

Qualcosa di simile all’irritazione sfiorò il ragazzo quando udì la voce della madre tremare leggermente; vedere quel suo lato fragile e sensibile lo metteva sempre in soggezione, tanto da spingerlo ad allontanarsi quasi sempre da lei prima che la situazione si facesse più pesante. Aveva finto di non vedere le lacrime della donna molte volte e altrettante volte gliele aveva asciugate lui stesso. Quel giorno fu uno di quei momenti in cui non si mosse né tentò di cambiare discorso, non osò nemmeno dire qualcosa finché Valerie non tornò a voltarsi verso di lui con gli occhi lucidi.

«Ti prego, mamma», si affrettò a dire andandole incontro, «Sto bene, vedi? Per fortuna sono rimasto con gli altri e…». Non riuscì a finire la frase perché venne afferrato e ghermito senza preavviso.

Ammiccando, affondò il viso contro il collo di Valerie.

«Mamma…?».

«Per fortuna… Per fortuna non sei salito…».

Sentì sua madre cominciare a singhiozzargli contro la spalla. Lo stava stringendo tanto stretto da fargli male ma non pensò di scostarsi un solo istante, circondò invece a sua volta i fianchi della donna stringendosela contro il petto.

«Va tutto bene, mamma».

Quante volte, durante la sua breve vita, aveva ripetuto quelle parole?

«Sto bene, non vedi?», le sussurrò all’orecchio. Valerie parve calmarsi, ma comunque rimase stretta a lui con le mani che febbrilmente gli tastavano e stringevano la giacca, come a controllare che suo figlio fosse davvero lì con lei, sano e salvo.

«Non ho mai creduto in Dio, lo sai, ma forse il dubbio che possa davvero esistere ora ce l’ho».

Art rise piano accarezzandole dolcemente la schiena, «Non si chiama ‘Dio’, si chiama ‘fortuna sfacciata’».

«Chiamala come ti pare; io sono felice che ci sia». Quella risposta secca strappò al ragazzo un altro sorriso. La donna gli prese poi il viso fra le mani.

«Ascoltami bene: non provare mai più a farmi uno scherzo simile, capito? Trattieniti fuori di notte senza dirmi niente e saranno guai».

Aggrottò le sopracciglia, «Mi stai sgridando perché non ho preso l’elettrobus?».

«Ti sto sgridando perché non mi ha detto nulla».

Lo sguardo di Valerie era tornato a essere quello severo di poco prima, «Mai più, chiaro?».

Il ragazzo annuì lentamente, a metà fra il divertito e l’incredulo, «Chiaro. Ora però smettila di piangere: sei inquietante».

Il viso gli fu lasciato andare, ma l’espressione della madre non cambiò, «Sarà meglio che tu l’abbia capito, Artian, perché se dovesse accadere un’altra volta sarai tu a piangere».

Per un momento Art restò senza parole, quasi intimorito, poi, quando le labbra dell’altra s’incurvarono in un familiare e leggermente tirato sorriso, capì che la minaccia altro non era che un tentativo di alleggerire l’atmosfera. Si rese conto di amare davvero tanto sua madre.

«Lascia che te lo dica, Art. Lassù dev’esserci per forza qualcuno o qualcosa al quale stai molto simpatico».

«Quel qualcosa si chiama ‘fortuna’», insistette il ragazzo. Il timore che non si trattasse solo di una mera coincidenza, però, aveva già iniziato a insinuarsi in lui.

 

Non tornarono più sull’argomento, né Valerie, né tantomeno Art, che ancora temeva un’altra imbarazzante reazione da parte della madre. D’altro canto, il ragazzo sentiva di non aver ancora realizzato in pieno il fatto che grazie a un’insignificante e benedettissima coincidenza ora non si trovava nella sala fredda di un qualche obitorio. La sua mente era invece completamente immersa in fitti e complicati pensieri chiamati ‘Ocean Morgensen’.

Anche lui era stato solo una coincidenza?

Ripensando a quei due occhi viola che tanto lo avevano affascinato quanto, a tratti, terrorizzato, Art si ritrovò più incline a pensare che no, non si era trattata di una coincidenza. Non avrebbe saputo dire fino a che punto la sua indole sognatrice e bramosa di spezzare il filo della noiosa monotonia che legava la sua vita lo stesse in quel momento influenzando facendogli credere alle teorie più improbabili, tuttavia di una cosa era sicuro: Ocean aveva previsto qualcosa, ed era nelle intenzioni di Art scoprire come questo fosse possibile.

L’improvviso squillare dell’hologear gli fece scappare un sussulto, immerso com’era nei pensieri e nell’inchiostrazione di un complicato disegno di draghi ed elfi dai lunghi capelli intrecciati. Allungò rapidamente una mano verso l’apparecchio appoggiato alla scrivania mentre con la sinistra, quella con cui impugnava il pennino, riponeva lo strumento su un fazzoletto più volte ripiegato.

Vagliando il display dell’hologear, scoprì trattarsi di un messaggio di Edith. Sfiorò il bracciale elettronico col dito e questo proiettò nell’aria la chat fra lui e l’amica.

‘Ho visto il telegiornale. Ma com’è possibile?! Art, cos’è successo ieri notte? Risp presto’.

Sospirò. Dunque anche lei aveva saputo dell’incidente.

Il ragazzo ristette qualche istante con lo sguardo fisso sull’ologramma rimuginando su cosa dire all’amica, poi iniziò a comporre la sua risposta muovendo il dito a mezz’aria.

‘Sto bene, tranquilla. Domani ti spiego tutto’.

Mentre selezionava il comando d’invio si chiese se davvero avrebbe riferito a Edith ogni particolare del suo incontro con Ocean. Scosse lievemente il capo, stupido tentativo di scacciare tutti quei pensieri fastidiosi dalla propria mente, e tornò a concentrarsi sul disegno. Non aveva nemmeno avvicinato il pennino al foglio, che la suoneria dell’hologear trillò disturbandolo ancora. Questa volta, però, non si trattava di un messaggio.

«Pronto?», rispose svogliatamente. Dall’altra parte della chiama una voce squillante e vagamente elettronica lo riprese con stizza.

«Non pensarci nemmeno di farmi aspettare fino a domani. Tu ora mi racconti tutto per filo e per segno, ok?».

Il tono di Edith era diventato autoritario tutto d’un tratto, tanto che, dopo un breve e rassegnato silenzio, Art rispose con un ‘ok’ borbottato con incertezza.

«Allora, dove sei andato ieri sera?».

«Da nessuna parte, stavo per tornare a casa come ti avevo detto, ma…».

«Ma…?».

Lui interruppe il racconto con uno sbuffo, «Hai intenzione d’intervenire a ogni frase?».

«Scusami. Continua, per favore».

«Stavo andando a prendere l’elettrobus, ma sono stato trattenuto da qualcuno». Si fermò ancora per pensare a cosa dire e a cosa avrebbe invece fatto meglio a tenere per sé, il suo sempre più prolungato silenzio indusse Edith a parlare per incalzarlo.

«Chi ti ha trattenuto, Art?».

Tentennò.

«Il cantante del gruppo dell’Evil», disse infine tutto d’un fiato. La reazione fu immediata.

«Eh?! Quel gruppo? Quello del concerto?».

«Loro».

«Quindi hai conosciuto il cantante! Quel gran pezzo di figliolo ti ha “trattenuto”, per di più salvandoti la vita, a quanto pare, e tu ne parli come se ti avesse infastidito?!».

«Non è che mi abbia infastidito», borbottò lui con una punta d’irritazione nella voce, «Semplicemente era un po’ strano».

«Cosa intendi?».

Di nuovo Art esitò prima di rispondere, «Sembrava che volesse a tutti i costi impedirmi di andarmene».

Stava parlando troppo, se ne rese conto, ma non riuscì a fermarsi. Aveva bisogno di parlarne con qualcuno in modo da potersi davvero capacitare di quanto successo.

Questa volta fu Edith a trattenere per un momento le parole.

«O forse voleva impedirti di prendere l’elettrobus».

Un brivido indusse Art a stringere con più forza le dita attorno all’hologear. Come c’era d’aspettarsi, l’amica aveva intuito immediatamente ciò che lui aveva solo sospettato.

«Art?».

«Non lo so, Edith, non lo so», disse passandosi una mano sugli occhi, «Mi ha trattenuto fuori per un po’ con la scusa di portarmi a mangiare qualcosa e poi mi ha riaccompagnato a casa in moto, tutto qua. E oggi pomeriggio, quando sono tornato a casa, mia madre mi ha sbattuto davanti il quotidiano chiedendomi spiegazioni».

«Tu che le hai detto?».

«Che ero rimasto con te e i tuoi amici e che uno di loro si era offerto di darmi un passaggio».

«Ah», ci fu un sospiro, «Quindi devo reggere il gioco anch’io, immagino».

Art rispose con un verso d’assenso attendendo poi gli altri commenti della ragazza.

«In poche parole», ricapitolò lei, «Quel tizio ti ha impedito di proposito di prendere l’elettrobus che poi avrebbe avuto un incidente lungo il percorso».

«Non ho mai detto che l’abbia fatto di proposito», corresse Art, «Forse è stata solo una coincidenza. Probabilmente lo è stata».

«Da come ne hai parlato sembra che questo ragazzo non volesse assolutamente permetterti di andare, questo come lo spieghi?».

Non rispose lasciando che il silenzio calasse fra loro per lunghi secondi, sospirò gettando la testa all’indietro e abbandonandosi contro lo schienale della sedia.

«Non è possibile, Edith», sussurrò stancamente, «Come poteva saperlo?».

«Non lo so, ma a quanto pare lo sapeva. Pensi di fare qualcosa?».

Questa volta fu semplice rispondere, «Voglio tornare all’Evil e parlare con lui. Non so a quanto possa servire, ma tanto vale provarci, no?».

Vi fu una breve risata, «Questa è la prima volta da quando ci siamo conosciuti che ti vedo così motivato, ti deve aver impressionato proprio tanto quel tizio».

«È strano, te l’ho detto. Ha un qualcosa di misterioso che…», si arrestò quando l’immagine di due iridi viola gli sfrecciò nella mente.

«Che…?».

«Non saprei come spiegarlo. Ha qualcosa di strano, ma non so cosa».

Un momento di silenzio, poi…

«Ocean Morgensen», disse quasi fra sé e sé.

«Come?».

«È il suo nome», spiegò Art, «Si chiama Ocean Morgensen».

 

Diverso tempo dopo, il ragazzo riuscì finalmente a interrompere la chiamata promettendo a Edith che se fosse accaduto qualcos’altro di strano gliel’avrebbe sicuramente detto. Posando l’hologear nell’angolo della scrivania, tornò dunque con l’attenzione al disegno. Impugnò il pennino solo per scoprire che la china sulla sua punta si era oramai asciugata diventando inutilizzabile. Con un sospiro Art lo immerse nel bicchiere d’acqua davanti a sé, fece per ripetere il gesto anche con la boccetta d’inchiostro ma all’ultimo ristette. Cambiò idea, ripose il pennino e chiuse il contenitore di china, spostò di lato il disegno lasciato a metà e, preso un nuovo foglio bianco, impugnò la tanto familiare matita 6H. Tracciò alcune linee a caso come sempre faceva quando cominciava un disegno, attendendo che le immagini che aveva nella mente prendessero una forma definita; lentamente la mano iniziò a muoversi da sola, sicura ed esperta sul foglio, finché tratto dopo tratto non iniziò ad apparire ciò a cui Art stava pensando.

Una moto sfrecciava nel nulla, cavalcata da un motociclista misterioso.

 

 

 

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