Capitolo 1

Parte Prima
Aurora Sogna

 

La solitudine che indossa è più normale
Di una prudente, saggia e isterica morale
Aurora sogna e nei suoi sogni sa cercare
Senza paura un’esclusiva felicità.

 

 

CAPITOLO 1
Sogni proibiti e fantasie improbabili

 

 

La musica esplodeva incessantemente contro le pareti. Un unico, poderoso battito cardiaco che invadeva la discoteca di un’atmosfera pesante, in perpetuo movimento, come il ventre di una gigantesca creatura che sussultasse e fremesse a ogni movimento della folla accalcata dentro di esso. Centinaia di corpi si agitavano scoordinatamente gli uni contro gli altri in una danza scomposta, disperdendo movimento nell’ampio spazio ai piedi del palco. Su quest’ultimo, il deejay regnava come un sovrano sul suo popolo affamato di musica. Ognuno era colpito o abbracciato da fasci di luce verde e fucsia che, come lame, fendevano l’oscurità riflettendosi in tutti i vetri o superfici lucide che incontravano durante il loro frenetico vagare.

Note insistenti e ripetitive gli pulsavano nelle orecchie, attraverso i timpani, fino a scivolargli all’interno della testa a inibirgli i pensieri e indurre il corpo a muoversi seguendo quel ritmo psichedelico, fastidioso e travolgente al tempo stesso.

Tuttavia lui non sentiva più niente, ormai. Era come sott’acqua.

Da un po’ stava osservando le figure sulla pista da ballo, domandandosi come facessero a cedere con tanta leggerezza il proprio corpo a qualunque sconosciuto desiderasse strusciarsi contro di loro. Forse a motivare le loro azioni era ciò che solitamente si definiva ‘senso di trasgressione’: un irrefrenabile desiderio di liberarsi dalle catene quotidiane chiamate ‘società’ e ‘buonsenso’ cosicché nulla, almeno per quella sera, potesse ricordare loro che l’indomani sarebbero comunque ritornate alla solita, noiosa vita di sempre, ricca di opinioni altrui e condita di pregiudizi.

Lasciò che i suoi occhi si posassero vacui sul corpo di una ragazza assorta in una sensuale danza col proprio partner. Lui le passava le mani sulla schiena nuda trattenendola fra le braccia mentre il seno di lei strusciava contro il suo petto in un ripetersi di lenti movimenti. Dietro di loro, una coppia di ragazzine si muoveva all’unisono ventre contro schiena, una fra le braccia dell’altra, attirando in tal modo gli sguardi famelici di un piccolo gruppo di uomini appostati vicino al bar. L’improvvisa certezza che quelle due si trovassero lì apposta per procurarsi una sveltina da qualche parte con il primo che si facesse avanti lo indusse ad abbassare lo sguardo sulla bottiglia di Mc Chouffe che aveva fra le mani.

Dio, avranno avuto non più di quattordici anni e già provavano il desiderio di farsi fottere da qualcuno che avesse più del doppio della loro età.

Che facciano, pensò. Se è questo ciò che vogliono…

Con questo breve e freddo pensiero nella mente, Art si accostò la bottiglia di birra alle labbra finendola con un ultimo lungo sorso.

Piegò dunque il capo all’indietro, facendo aderire la nuca allo schienale dello scomodissimo divanetto di finta pelle viola sul quale stava stravaccato dal momento in cui era entrato all’Evil Heaven.

Infine era di nuovo lì, a osservare.

Perché era questo ciò che Art faceva ogni volta: osservava sempre e non partecipava mai.

«Scusami… posso sedermi?».

Abbassò lo sguardo sulla ragazza che gli si era avvicinata riconoscendola subito; faceva parte del gruppo dei suoi compagni di scuola, ma non ricordava il suo nome. A dire il vero, non fece nemmeno uno sforzo per riportarlo alla mente.

Con un semplice cenno del capo le fece capire che non aveva nulla in contrario nel cederle il posto a fianco al suo e lei si lasciò cadere sul divano con un sospiro tanto marcato da poter essere udibile anche in mezzo a tutto quel caos.

«Forse ho bevuto un po’ troppo», si lamentò timidamente la ragazza picchiettandosi con l’indice su una tempia.

Non avendo nulla da dire, Art si limitò a rivolgerle una fugace occhiata.

«Tu invece lo reggi bene l’alcol, vero?», continuò l’altra indicando la bottiglia fra le sue mani, «La Chouffe non è fra le birre più leggere».

«Non è niente di che per me», mormorò con una scrollata di spalle.

La ragazza gli andò ancora più vicino accostando il viso al suo, «Come hai detto?».

«Non è niente di che per me», ripeté lui mettendo un poco di volume in più alla propria voce, «Sono abituato a bere».

Sulle labbra dell’altra si formò un sorrisetto, come se parlando in quel modo Art avesse appena confessato di essere un ragazzo terribilmente trasgressivo e interessante. Eppure di quei tempi bere alcolici di frequente era la normalità persino per gli studenti delle medie inferiori, figuriamoci per un sedicenne.

Quindi perché quella ragazzina sembrava tanto impressionata?

«Il tuo nome è Artian, vero?», abbassò di scatto lo sguardo visibilmente imbarazzata, «Ti vedo di tanto in tanto a scuola, ma non sono mai riuscita a chiedertelo di persona».

Per un lungo momento Art stette a osservare la persona che aveva di fianco tentando di decifrare le sue intenzioni. Iniziava ad avere il sospetto che non lo avesse avvicinato solo per stringere amicizia.

«Va benissimo solo ‘Art’», le disse poi.

Notò con disappunto che la distanza fra loro non accennava ad aumentare, al contrario sembrava ridursi un po’ di più ogni volta che lui apriva bocca. Reagì dunque ritornando al suo silenzio.

Fu un tentativo inutile.

«È… un bel nome», sorrise titubante la ragazza, «Io mi chiamo Lily. Piacere».

Alla vista di quel paio di occhi verdi che continuavano a saltare agitati da lui alla folla accalcata ai piedi del palco, Art non riuscì a trattenere un sorrisetto a malapena accennato. Un po’ gli dispiacque per lei.

«Piacere», questa volta parlò a voce abbastanza alta da non dare a Lily una scusa per avvicinarglisi ancora. Completate le presentazioni, lei parve distendersi contro il divanetto, forse troppo fiduciosa di come stesse andando la conversazione per accorgersi davvero della totale mancanza di confidenza nello sguardo e nelle parole di Art.

Ancora una volta lui tentò il silenzio. Ancora una volta Lily cercò di spingerlo a parlare.

«Ti… ti piace la musica, Art?».

Annuì, dopo di che il pompare della musica tornò a riempire lo spazio fra i due.

«Non sei uno a cui piace parlare molto, vero?».

«Mi dispiace. Se stai cercando qualcuno con cui chiacchierare, hai sbagliato persona».

Nonostante il disagio, si sforzò di terminare la frase con un pallido sorriso di scuse, fiducioso che così facendo l’altra avrebbe finito per convincersi a lasciar perdere senza però rimanere troppo delusa da quell’implicito rifiuto.

«Fa niente», si affrettò a dire lei, nel mentre che si scostava una ciocca di capelli corvini dal viso per portarsela dietro l’orecchio con un gesto rigido della mano, «Me ne starò qui in silenzio, allora».

Art le rivolse uno sguardo interrogativo al quale lei rispose con un largo e inaspettato sorriso. In quel momento capì quanto Lily fosse in realtà determinata.

…sarebbe rimasta molto delusa, allora.

Stettero a lungo, seduti ai lati opposti del divanetto viola, a fissare i clienti dell’Evil Heaven che si agitavano a tempo di musica sulle note dei Chemical Brothers e dei The Prodigy. Canzoni su canzoni si susseguirono ininterrottamente, alcune decisamente troppo elettroniche e ripetitive, altre più melodiche che ad Art piacquero molto. Giunse poi una versione remixata di Here Comes the Reign dei Les Friction e immergendosi completamente in quelle note contorte, il ragazzo riuscì a isolare la propria mente dalle cose che gli accadevano attorno ritornando a sprofondare sott’acqua fra quelle pigre onde che erano i suoi pensieri. Unico appiglio alla realtà era la voce del cantante che pulsava nella sala della discoteca urlando energia sotto forma di musica. Percepì quella voce nel profondo del proprio petto, come se le note scaturissero dal suo stesso corpo. A occhi chiusi l’ascoltò attentamente abbandonandosi a essa, la seguì, la plasmò nella mente in modo da renderla adatta a un volto ben preciso.

Lo stava facendo ancora, si rese conto, ma non si fermò. Lasciò che il canto nella sua testa si trasformasse nella voce che desiderava ascoltare. La voce di lui.

Nella propria fantasia, Art riaprì piano gli occhi. Immaginò di sorridere.

L’Evil Heaven era scomparso, al suo posto una stanza più piccola e illuminata da calde lampade ambrate stava prendendo forma attorno a lui. Vi era un palchetto di legno proprio davanti a lui, e sopra di esso…

Ora gli occhi del ragazzo erano completamente spalancati e fissi su quell’unica figura, frutto di ricordo e fantasia assieme, che cantava assorta a un pubblico invisibile. Tra una parola e l’altra, questi sollevò lo sguardo puntando su di lui un paio d’iridi di un grigio talmente intenso da sembrare d’acciaio, gli angoli della bocca che s’incurvavano verso l’alto a formare un sorriso in tralice. Quel semplice e irreale gesto bastò a smorzargli il respiro.

Era bello, dannazione, e lui ne era rimasto totalmente stregato.

Il giovane sul palco continuò la propria recita cantando parole talvolta gridate con potenza, talvolta sussurrate gentilmente al microfono che aveva fra le mani.

Dio, quante volte aveva sognato quelle labbra? Quante volte aveva desiderato per un altro momento ancora quegli occhi d’acciaio su di sé?

Tante, troppe volte.

Canta ancora, supplicò nella propria testa. Canta ancora… Yurah.

Sarebbe rimasto perso in quella fuggevole fantasia per ore intere, ma quando la canzone che alimentava la sua immaginazione esaurì le proprie note, Art venne inevitabilmente scaraventato indietro fra i vuoti rumori della realtà che così poco soffriva.

Sospirò e con riluttanza lasciò che il proprio io tornasse all’Evil Heaven, ancora seduto su quello scomodo divanetto di pelle viola, ancora in compagnia di una ragazzina per la quale non provava nessun interesse. Fu quasi un sollievo per lui accorgersi che l’ora segnalata sul piccolo schermo dell’hologear che portava al polso destro segnava mezzanotte e ventitré; decise di congedarsi e andare a prendere l’elettrobus notturno che lo avrebbe riportato a casa.

«Torno a casa», annunciò alzandosi, «Ciao, Lily».

«Ah! C-ciao, Art! A presto».

Le concesse un sorriso come buonanotte e con la giacca sottobraccio si allontanò diretto all’uscita.

Mancavano appena pochi metri alle porte metalliche della discoteca, però, quando tornò nuovamente a fermarsi, l’attenzione d’un tratto catturata dalla saletta relax alla sua sinistra. Gli era parso di udire un suono diverso dagli altri provenire da dietro la spessa tenda nera che nascondeva l’ingresso della stanza, un suono inusuale per una discoteca…

Tese l’orecchio.

Il suono tornò a farsi sentire, flebile e ovattato attraverso la stoffa, sottile come un fischio, un richiamo che lo spinse ad avvicinarsi e scostare con circospezione la tenda. La stanza era piccola e dipinta di verde, una manciata di divanetti e qualche tavolino ne componevano l’arredamento a disposizione dei clienti che desideravano allontanarsi momentaneamente dalla pista da ballo in cerca di un po’ di calma e un battito cardiaco più lento.

A quel punto, senza più la tenda a fare da filtro, il suono giunse alle orecchie di Art limpido e pulito. Capì trattarsi di note, note fischiettate dal giovane che se ne stava seduto su di un tavolino spinto contro la parete. Era solo, con le spalle appoggiate al muro e la semioscurità come unica compagna; in grembo reggeva una chitarra elettrica sulla quale stava concentrando la propria attenzione nel girare le chiavi con gesti sapienti, pizzicando di tanto in tanto le corde per controllarne il suono.

Chissà perché, poi…

Che senso aveva portarsi una chitarra in discoteca?

«Gott weiß ich will kein Engel sein»,

cantò improvvisamente il giovane quando sembrò aver trovato l’accordatura ideale per le note che stava provando. Fu in quel momento che finalmente notò la presenza di Art. Arrestò la propria voce per alzare all’istante lo sguardo sull’intruso, ma a quel punto il ragazzo aveva già lasciato andare la tenda perché tornasse a nascondere il misterioso chitarrista.

Un inaspettato senso di delusione gli si aprì nel petto quando tornò sui propri passi lasciandosi alle spalle la stanza e il giovane, che per un momento aveva assurdamente sperato potesse essere qualcun altro. Poco prima di abbandonare definitivamente l’Evil Heaven, però, non riuscì a trattenersi dal voltarsi a guardare indietro in un ultimo sprazzo di fantasia, quasi si fosse potuto aspettare d’intravedere un paio di occhi grigi ammiccare nella semioscurità.

~

Il lunedì seguente fu noioso in modo straziante. Trascorse le ore di scuola a menare la matita sul suo album degli schizzi riempiendo un foglio dopo l’altro, perdendosi in continuazione nei propri pensieri in attesa che le lezioni terminassero. Il tempo sembrò non passare mai.

Quanto finalmente ritornò a casa il suo umore migliorò un poco. Sua madre era di turno all’ospedale per la maggior parte del giorno, perciò poté godersi un intero pomeriggio immerso nel più totale e tranquillo silenzio. Dopo una giornata passata nel caotico ambiente della classe, una stanza vuota era sempre la cura migliore alla stanchezza.

Controllò rapidamente gli appunti sul suo tablet per essere certo di non avere compiti incombenti per il giorno dopo, dunque passò al dedicarsi al suo passatempo preferito: disegnare. Accoccolato sul letto, l’album posizionato sulle gambe flesse, si perse nel disegno di chissà quale fantasia lasciando che la matita raccontasse al foglio bianco ciò che lui non avrebbe mai saputo dire con le parole. E così stette, per ore intere, finché il rumore di una chiave nella toppa di casa non lo riscosse segnalandogli che sua madre stava rincasando. Solo allora si accorse realmente del soggetto che stava ritraendo: un giovane dai capelli vagamente mossi, spettinati e corti sulla nuca, più lunghi dietro al collo dov’erano stati raccolti in un corto codino. A occhi chiusi intonava una melodia silenziosa reggendo nella mano destra un microfono a malapena abbozzato.

Con un gesto secco, Art richiuse l’album e l’abbandonò sul letto in un patetico quanto inutile tentativo di togliersi quel viso dalla testa.

I giorni infrasettimanali passarono lenti e monotoni, pieni di noiose routine alle quali era costretto a partecipare aspettando volta dopo volta di poter ritornare all’Evil Heaven, unico luogo in cui riusciva sempre a trovare volti nuovi e particolari da disegnare o canzoni sconosciute da aggiungere alla propria raccolta.

C’erano poi le serate più sporadiche e particolari, quelle in cui usciva da solo e dimenticava completamente la discoteca e i suoi eccentrici clienti.

In quelle occasioni visitava un piccolo pub senza nome sul cui modesto palco erano solite esibirsi band locali e gruppi emergenti, armati di repertori pieni zeppi di cover famose inframmezzate da qualche testo originale talvolta anche molto gradevole; i musicisti bazzicavano quel locale nella speranza di essere notati da qualcuno che contasse o semplicemente per diletto personale. I più svariati generi di musica passavano dal live pub dando a chiunque l’opportunità di conoscere nuove canzoni, tuttavia il motivo per cui Art frequentava quel luogo più volte al mese era un altro.

Quando giunse il sabato successivo, dunque, si recò in Strada Prima, una fra le vie principali di Silade. A prima vista il live pub passava quasi inosservato, stretto com’era tra l’appariscente vetrina di un’agenzia di viaggi e il massiccio portone in legno del condominio vicino. L’entrata era semplice e senza pretese, solo una porta dipinta di verde e oro a imitare un locale irlandese ne segnalava l’esistenza a chi vi passava davanti, sullo stipite la scritta a mano ‘Live Music Pub’ risaltava in vivaci lettere rosse. Entrando, Art si comportò esattamente come tutte le precedenti volte: ordinò un caffè al ginseng e prese posto al solito tavolino alla destra del bancone, il più lontano possibile dalla porta d’entrata e il più lontano possibile dal palco sopra il quale un gruppo aveva già iniziato a esibirsi.

Aspettò sorseggiando di tanto in tanto il caffè e quando la tazzina fu vuota si concesse di distrarsi ingannando l’attesa con album e matita. Di lì a poco si ritrovò più concentrato di quanto avesse davvero voluto, totalmente assorto nel tracciare le prime rapide e imprecise righe a delineare lo schema della figura che sarebbe poi andato a rifinire. Si dedicò quindi alla sagoma del muso della creatura, affusolato e ferino, accennò alcune ombre che dessero un suggerimento di rotondità e passò a disegnare il collo, la schiena, le ali dalle membrane strappate. In poco tempo la sagoma di un drago dalle massicce corna di ariete emerse dal foglio bianco acquistando realismo a ogni ombra che Art creava sulla sua pelle squamosa.

Per quanto potesse essere immerso in ciò che stava facendo, però, nel momento in cui la nuova voce si levò nel pub canticchiando a bocca chiusa le prime lente note di una canzone, l’attenzione del ragazzo si catalizzò all’istante in direzione del palco.

«When I was a child, I heard voices
Some would sing and some would scream
You soon find you have few choices
I learned the voices died with me».

Con estrema lentezza, Art alzò lo sguardo riconoscendo immediatamente quel timbro al tempo stesso roco e potente.

Le dita di Yurah si muovevano con morbidezza sulle corde di una chitarra assicurata alla spalla sinistra per mezzo di una cinghia, teneva gli occhi chiusi come se su quel palco ci fossero stati soltanto lui, gli accordi della canzone e nient’altro.

Stette a fissarlo come un cieco che torna improvvisamente a vedere, totalmente rapito dalla sua figura, ai suoi occhi perfetta come le parole intense che gli scivolavano dalle labbra. La voce era bassa, calda, come pervasa da una sorta di placida rassegnazione.

E ancora una volta, Art si domandò come fosse possibile che quel giovane potesse scatenare in lui un simile caos di sentimenti anche solo cantando. Non c’era una sola motivazione razionale che potesse giustificare il suo coinvolgimento emotivo. Semplicemente, non aveva senso.

«All you have is your fire
And the place you need to reach.
Don’t you ever tame your demons
But always keep them on a leash».

Ogni nota gli vibrava dentro, nella testa, nel petto, nella gola, l’incessante ritmo della batteria regolava il suo battito cardiaco su un’unica perpetua frequenza. E seguendo il filo delle parole, a metà fra un racconto e una confessione, arrivò a chiedersi quanto di quella canzone fosse dettato dal caso e quanto realmente avesse significato per il suo cantante.

Immaginò Yurah come il ragazzo della canzone, immobile davanti alle fiamme che lui stesso aveva appiccato.

«When I was a man I thought it ended
Well I knew love’s perfect ache
But my peace has always depended
On all the ashes in my wake».

Ancora un giro di chitarra, ultimi potenti colpi di batteria ad accompagnare il ritornello finale, e la canzone terminò col basso eco di un accordo in fa minore.

Il pubblico attese educatamente fino al silenzio completo prima di acclamare il giovane con un generoso applauso. Qualcuno persino fischiò, strappando a Yurah un sorriso sbieco che quasi sembrava esprimere un vago imbarazzo.

«Grazie», mormorò al microfono facendo un cenno d’assenso col capo.

S’incurvarono anche le labbra di Art. Quel giovane riusciva ad avere fascino persino quando compiva i gesti più semplici o impacciati.

Fu una più che piacevole sorpresa, poi, scoprire che l’esibizione di Yurah non era ancora terminata; questi, infatti, imbracciò nuovamente la sua chitarra e abbozzò un primo accordo di prova. Non iniziò subito a suonare, fece prima scorrere uno sguardo indagatore su tutti il pubblico presente, sguardo che inevitabilmente raggiunse anche Art. Durò pochissimo, ma per uno spaventoso attimo al ragazzo parve che gli occhi di Yurah si fossero soffermati un momento di più su di lui.

Immediatamente abbassò lo sguardo fingendo di essere tornato con l’attenzione al disegno sul suo album, sentendosi infinitamente stupido per il tuffo al cuore che gli aveva appena fatto accelerare il battito.

Era stata sicuramente una sua impressione.

Figuriamoci se…

Ritrovò il coraggio di alzare di nuovo gli occhi solo quando udì le prime note della canzone. Incredulo, guardò dritto verso il viso dell’altro; Yurah fece scivolare le dita sulle corde della chitarra incurvando le labbra in un quasi impercettibile sorriso, dunque chiuse gli occhi immergendosi completamente nell’assolo iniziale di Chop Suey.

Non poteva crederci.

Non poteva credere che Yurah avesse deciso di suonare quella canzone.

Brividi intensi gli fecero accapponare la pelle per l’emozione quando anche i colpi selvaggi di batteria arrivarono ad aggiungersi alla voce della chitarra in una melodia violenta e potente.

«Wake up! Wake up…
Grab a brush and put a little make up,
Hide the scars to fade away the shake up,
Why’d you leave the keys upon the table?».

Con un profondo sospiro, Art si sistemò meglio sulla sedia raccogliendo le gambe al petto e stringendole fra le braccia, un inconscio tentativo di contenere l’eccitazione che gli stava invadendo il petto come un buco nero che implode e trascina con sé tutto quello che ha attorno, lasciando solo il vuoto, opprimente e piacevole al tempo stesso. Pregò silenziosamente affinché l’indifferenza che stava tanto duramente cercando di simulare nascondesse quanto in realtà si sentisse esaltato nell’ascoltare la voce di Yurah mentre intonava il ritornello.

«I don’t think you trust
In my self righteous suicide
I cry when angels deserve to DIE!».

Furono tre minuti passati a fluttuare tra note travolgenti e parole cantante con una sorta di placida rabbia. Per quanto lo stimolo a fissare la figura del giovane sul palco, bellissima e piena d’energia, fosse praticamente irrefrenabile, Art non seppe comunque trattenersi dal chiudere gli occhi per abbandonarsi anch’egli a quella canzone che tanto amava.

«Why have you forsaken me?
In your eyes forsaken me
In your thoughts forsaken me
In your heart forsaken me, oh
Trust in my self righteous suicide!
I cry when angels deserve to die
In my self righteous suicide
I cry when angels deserve to die…».

Era indescrivibile quanto le note di pianoforte che andavano mischiandosi a batteria e chitarra fossero in grado d’ingolfare la mente del ragazzo, quanto fossero capaci di emozionarlo e trasportarlo fino al punto di dargli quasi un dolore fisico quando infine si dissolsero nel nulla terminando insieme alla canzone. Seguì un attimo di silenzio, solo un attimo, poi il pubblico esplose di nuovo in applausi e fischi riempiendo l’intero live pub di voci e rumori. Con un fastidioso senso di perdita, Art guardò Yurah scendere dal palco e sparire nella folla insieme ai due musicisti che gli avevano fatto da spalla, nel mentre che una nuova band veniva annunciata da un ragazzo sulla ventina improvvisatosi presentatore per la serata. Abbassò gli occhi sulla matita che aveva ancora stretta fra le dita e sospirando mise mano all’album degli schizzi sfogliandolo fino a rinvenire una pagina bianca. Voleva disegnare subito, quando ancora aveva bene impressa nella mente l’espressione di Yurah mentre cantava Chop Suey.

La mano partì automaticamente rompendo il candore del foglio con la bozza di un volto leggermente inclinato in avanti e incorniciato da ciocche di capelli prive di un ordine preciso, lo caratterizzò con un paio di profondi occhi socchiusi e persi nel vuoto. Perse un po’ di tempo a ombreggiare con cura le iridi così da renderle il più possibile simili a quelle vere, eseguì poi un rapido schizzo di collo e spalle prima di ritornare quasi subito a dedicarsi al viso. Distolse l’attenzione da quei tratteggi solo quando l’improvvisa sensazione di essere osservato lo indusse a sollevare lo sguardo sulla sala del pub.

«Ti è piaciuta la canzone?».

Fu improvviso e inaspettato, e Art sobbalzò sulla sedia nel sentire la sua voce, la matita che quasi gli sfuggì di mano quando riconobbe il viso di Yurah ad appena qualche spanna dal suo. Era chino di fronte a lui, le mani appoggiate al tavolo e un enigmatico sorriso stampato sulle labbra.

Aggrottò le sopracciglia studiandolo con lo sguardo.

«Tutto bene?».

Solo allora Art si rese conto di aver bloccato a metà il proprio respiro.

«S-sì», boccheggiò ammiccando come se fosse stato allucinato, «È solo che… non ti avevo sentito arrivare».

L’altro distolse lo sguardo e abbassò il capo in segno di scusa, un sorriso imbarazzato a incurvargli la bocca. Art approfittò di quel breve momento per chiudere rapidamente l’album da disegno e nasconderlo nella tracolla. Nonostante il cuore gli stesse battendo a una velocità ben superiore al normale, il ragazzo prese una profonda boccata d’aria cercando di mostrarsi molto più calmo di quanto in realtà non fosse.

A dire il vero, era piuttosto lontano dall’essere calmo.

«Meravigliosa…», riuscì a dire quasi pacatamente, ma parlò a voce troppo bassa perché si sentisse sopra i suoni del pub e Yurah gli si avvicinò un po’ di più accostando il viso al suo.

«Come hai detto?».

«Ho detto che è stata meravigliosa!», gridò impedendosi con tutto se stesso di ritrarsi, «Amo quella canzone».

Un sorriso sornione apparve sulle labbra dell’altro, «Lo so», disse semplicemente, portando su di sé uno sguardo stupito.

«Ho notato che quando la cantavano qui al pub, tu avevi sempre un’espressione piuttosto soddisfatta. Non è stato difficile capire che è la tua preferita», spiegò poco prima di rivolgergli un’occhiata cauta e indagatrice, «Perché è la tua canzone preferita, vero? Altrimenti vuol dire che ho cannato di brutto».

«…come, scusa?».

Una stretta di spalle, «Da quando ci siamo conosciuti, vieni sempre ad ascoltarmi. Pensavo che potesse farti piacere sentirla».

Art stette per un momento a fissarlo.

Voleva dire che per tutto quel tempo Yurah aveva sempre notato la sua presenza lì? Significava che poco prima aveva davvero guardato intenzionalmente verso di lui?

«Tu… ti ricordi di me?».

Un sorriso accompagnò la risposta, «Stai scherzando? Certo che mi ricordo».

Art non commentò, abbassò solamente lo sguardo senza trattenere un sorriso di sorpresa e soddisfazione.

«Allora…», la voce di Yurah si fece ancora una volta più vicina, «Ho azzeccato la canzone o no?».

Il sorriso sulle labbra di Art si allargò e i suoi occhi azzurri, tanto chiari da sembrare vetro, s’illuminarono per un attimo lasciando intravedere al di là di essi la felicità che stava provando.

«È la canzone che amo di più al mondo».

Dunque, non solo Yurah gli aveva realmente rivolto quel fuggevole sorriso, non solo si era ricordato del loro incontro, ma aveva persino cantato apposta per lui!

Non ci posso credere. Questo dev’essere sicuramente un sogno.

Eppure lui era lì, reale e ancora più bello di quanto ricordasse, con i suoi occhi d’argento liquido e i capelli color cenere che gli ricadevano sinuosi sulle spalle là dove li portava più lunghi.

«Quel giorno non ci siamo nemmeno presentati. Speravo di poterlo fare ora», si scostò da lui senza distogliere lo sguardo, «Mi chiamo Yurah».

Art non poté fare a meno di sorridere.

«Lo so», disse indicando i fogli appesi alla bacheca di fianco l’entrata, sui quali erano sempre scritti i nomi dei partecipanti alle serate live e le date di tutte le esibizioni.

Il nome del giovane, Yurah Evans, era segnato sotto il cinque di febbraio.

«…ok, mi conosci già», ridacchiò l’altro, «Ma posso sapere anch’io il tuo nome?».

Ci mise un attimo a rispondere, incerto se presentarsi col nome vero o solo con l’abbreviazione con cui erano soliti chiamarlo.

«Artian», rispose infine, «Anche se tutti di solito mi chiamano Art».

«E tu come vorresti essere chiamato?».

Lo ringraziò mentalmente per quella piccola attenzione nei suoi confronti.

«Va benissimo ‘Art’».

A quelle parole Yurah sorrise soddisfatto con l’espressione di chi è appena riuscito a scoprire un segreto sul quale aveva a lungo indagato.

«Beh, è stato un piacere incontrarti di nuovo, Art».

Avrebbe voluto rispondere a quel sorriso, alle sue parole, ma una voce femminile glielo impedì interrompendo bruscamente la conversazione.

«Ecco dov’eri finito!», una ragazza che sembrava avere pressappoco la stessa età di Yurah si avvicinò a loro gettandosi letteralmente fra le braccia del giovane, «Sei scappato dal palco così in fretta che non sono nemmeno riuscita a vederti», sbuffò fingendosi offesa.

Art la squadrò da capo a piedi, impassibile, nascondendo dentro di sé quanto in realtà fosse turbato in quel momento.

Cosa?

Chi…?

«Scusami, avevo una cosa da fare», si giustificò Yurah tentando un passo all’indietro e sorridendo imbarazzato. Con sofferenza Art guardò la ragazza mentre si metteva sulle punte per baciare la guancia dell’altro, fu come svegliarsi di soprassalto da un bel sogno con una secchiata di acqua gelida.

Distolse rapido lo sguardo in un gesto che avrebbe potuto benissimo essere stato mosso dall’imbarazzo. Ciò che lo portò ad abbassare gli occhi pur mantenendo comunque la sua espressione vacua non fu tuttavia il disagio, ma l’amarezza.

Vedendolo, Yurah sorrise di nuovo, questa volta in modo più tirato però.

«Sarah, per favore…», mormorò rivolgendo ad Art un cenno di scuse. Aveva interpretato male la sua reazione, non facendo altro che rendere le cose più facili.

Con un mezzo sorriso in tralice scosse piano il capo in modo da fargli intendere che andava tutto bene.

Si sentì poi d’un tratto squadrato dalla ragazza di nome Sarah, come se questa si fosse accorta della sua presenza solo in quel momento, ma quando mosse lo sguardo per incontrare il suo, lei era già tornata a guardare Yurah con espressione soddisfatta.

«Un altro dei tuoi fan?», chiese con una risata. Non seppe valutare se quella frase volesse essere una qualche allusione o meno.

«No, sono solo qualcuno a cui piace ascoltare della buona musica, tutto qua».

Non lo disse a voce alta, ma sia Yurah che Sarah dovettero cogliere chiaramente il tono piatto con cui parlò, perché i sorrisi di entrambi si spensero poco a poco.

«È tardi, devo tornare a casa», con un movimento lento e controllato raccolse le proprie cose nella borsa a tracolla e s’infilò la giacca, «Grazie per la canzone».

In un primo momento Yurah parve sconcertato, forse sorpreso dalla trasformazione repentina nello sguardo del ragazzo, tuttavia fu abbastanza rapido a reagire e salutarlo con un ultimo sorriso.

«È stato un piacere, Art».

~

Un fastidioso calore gli stringeva il corpo attraverso la pesante coperta invernale nella quale si era avvolto. Nonostante si sentisse schiacciato da un calore soffocante e umido come l’afa estiva, affondò ancora di più il viso nel cuscino nascondendo la testa sotto di quello.

Si sentiva uno stupido.

Così… patetico…

Che cosa si era aspettato?

Aveva forse creduto che vederlo avvicinarsi a lui avrebbe potuto significare…

Significare? Significare cosa?

…qualcosa?

Assolutamente niente.

Aveva solamente capito di essere un illuso, un irrimediabile sognatore. Non poté fare a meno di compatirsi da solo.

Con un sospiro strozzato si rigirò nel letto trascinandosi appresso il piumino. Sapeva che rimanendo chiuso nel silenzio malato della sua camera non avrebbe fatto altro che pensare di più a Yurah, eppure non riusciva a trovare la spinta giusta per alzarsi e affrontare la giornata con un minimo di energia. Alzò di altre tre tacche il volume dell’hologear lasciando che le note penetranti di Mein Herz Brennt gli esplodessero nella testa attraverso le cuffie, uccidendo anche gli ultimi pensieri che si ostinavano ad aggrapparglisi al cervello. Ringraziò silenziosamente i Rammstein per quei pochi minuti di distrazione.

Rimase immobile in quella posizione finché l’intero album non passò ininterrotto nelle sue orecchie, solo allora qualcosa di lontanamente simile alla forza di volontà l’aiutò a lasciare quel futile riparo fatto di coperte e musica dalle note violente. Non si disturbò a sostituire il pigiama con vestiti puliti e a passi strascicati uscì dalla camera. Attraversò il piccolo corridoio che divideva la zona notte dal soggiorno indugiando alcuni attimi davanti allo specchio per controllare di avere un aspetto vagamente sano. Non l’aveva.

I capelli castani gli ricadevano davanti agli occhi senza ordine, le ciocche lunghe erano arruffate e fuori posto, quelle più corte schiacciate nelle direzioni più assurde. Tentò, con poca convinzione, di passarsi una mano fra i capelli e rimetterli in ordine, ma quasi subito perse le speranze e la voglia.

Sospirando si accinse a raggiungere la cucina. Non aveva fame, ma ispezionò comunque la dispensa in cerca di qualcosa che potesse fargli tornare l’appetito; senza pensare s’infilò in bocca una fetta di pane integrale avanzata dalla sera prima.

«Se riesci ad aspettare un altro quarto d’ora senza auto-digerirti, preparo direttamente il pranzo».

Voltandosi, Art deglutì il boccone, «Va benissimo questa, non ho molta fame».

Valerie, così si chiamava sua madre, lo squadrò dalla testa ai piedi con espressione scettica. Era comparsa sulla soglia della cucina senza che lui nemmeno ne sentisse i passi e ora lo fissava con le braccia incrociate al petto, nella mano destra ancora stretto l’ebook reader sul quale stava evidentemente leggendo fino a un momento prima.

Gli occhi azzurri della donna guizzarono da lui al pezzo di pane che aveva in mano.

«Non hai nemmeno fatto colazione, non credo proprio che quella ti possa bastare», disse piatta additando la fetta come se fosse stata una cosa disgustosa.

Art si strinse nelle spalle e nuovamente addentò il pane.

Con un sospiro allora Valerie si avvicinò al figlio, gli posò una mano sulla fronte tirandogli gentilmente all’indietro i capelli che ancora gli ricadevano scomposti sul viso.

«Ti senti male per caso?».

Per tutta risposta fece cenno di no con la testa, ciò servì solamente a provocare un secondo sospiro.

«Che cosa devo fare con te, Artian?».

«La maggior parte degli adolescenti si alza tardi la domenica, mamma. Non è niente di che…».

«Tu non sei ‘la maggior parte degli adolescenti’».

A quel punto Art distolse lo sguardo sottraendosi dal tocco della donna con un passo indietro.

Eccola che ricominciava.

Fra lui e sua madre c’era come una specie di tacito accordo: libertà quasi assoluta per quanto riguardava uscite e attività all’esterno dell’ambiente scolastico in cambio di buoni voti nello studio e niente compagnie poco raccomandabili. Nonostante quell’ottimo equilibrio creatosi fra loro, però, a volte sembrava quasi che Valerie considerasse suo figlio “diverso” da tutti gli altri ragazzini della sua età. Come se la poca propensione nello stringere nuove amicizie lo ponesse in qualche modo su un piano inferiore o superiore rispetto alle altre persone.

Agli occhi di sua madre aveva difficoltà a socializzare, ai suoi di occhi, invece, semplicemente non provava interesse a farlo.

«Sei sicuro di star bene?».

Annuì abbozzando un sorriso, «Sì. Non ho né febbre né altro, tranquilla».

Un attimo di silenzio.

«Non mi riferivo alla salute».

Quelle parole lo stupirono.

Dunque Valerie aveva intuito il suo malumore fin da quando era uscito dalla camera…

Ne aveva per caso intuito anche la motivazione?

Interiormente sospirò arrendendosi a quell’idea; si trattava di sua madre dopotutto, la persona che meglio lo conosceva al mondo.

«Non… Non ho avuto una piacevole serata ieri…», ammise infine sperando di non dover dare ulteriori spiegazioni.

«Vuoi parlarne?». L’espressione sul viso della donna si era addolcito, notò.

Nonostante ciò, scosse comunque il capo in un cenno di diniego.

«È tutto ok, niente di grave».

Valerie non indagò oltre e lui gliene fu grato.

«Resta a casa domani se ne senti il bisogno», disse iniziando ad armeggiare con pentole e stoviglie.

Art ammiccò interdetto, non aspettandosi affatto una risposta simile.

…quanto, esattamente, aveva intuito sua madre?

Osservò di sottecchi la donna mentre posizionava sui fornelli una piccola padella e vi rompeva dentro due uova. Decise di non volerlo sapere.

«…davvero posso?».

«Solo a una condizione, però», sua madre si voltò verso di lui e indicò prima la tavola e poi i fornelli, «Ora ti siedi e mangi qualcosa di decente. E lo stesso vale per stasera e per i pasti a venire, intesi?».

Annuì lentamente, quasi con incertezza.

Poi, quand’ebbe finalmente metabolizzato la conversazione, espresse la propria gratitudine con un largo sorriso.

«Agli ordini».

 

Approfittando del consenso della madre, rimase a casa non solo il giorno dopo, ma anche i due a seguire, in modo da potersi godere lunghe ore di tranquillità in compagnia di album, matite e l’intera discografica dei Nirvana. Furono giorni sereni che servirono a tranquillizzarlo più di quanto avrebbe osato sperare. Se s’impegnava a non pensare alle cose successe al live pub o se ripeteva a se stesso più e più volte di averle ormai accettate tutte, riusciva persino a sentirsi sereno abbastanza da sorprendersi di tanto in tanto a canticchiare sottovoce le canzoni che continuava ad ascoltare. Tuttavia, quando una volta tornato a scuola gli si prospettò l’occasione di accodarsi a un gruppo di compagni per una serata al cinema, preferì rinunciare e rifugiarsi ancora per un po’ nel familiare ambiente domestico. Il suo sabato sera si limitò a una pizza ordinata e consumata guardando film fantascientifici fino a notte fonda e ciò gli andò più che bene.

Altri giorni passarono, ma ben presto il suo buon umore andò via via scemando per lasciare il posto a un fastidioso senso di triste delusione, come se tutte le cose che era solito fare nel tempo libero non lo interessassero più realmente. Pensieri e ricordi tornarono a infastidirlo, parole, sguardi, frasi non dette…

Ormai era chiaro: la pacata atmosfera domestica non bastava più a rasserenarlo, aveva bisogno di qualcosa che travolgesse la sua mente cancellando per un po’ tutte le riflessioni in cui continuava a cadere.

Aveva bisogno di perdersi nella dimensione psichedelica dell’Evil Heaven.

~

«E domani sera, concerto!».

Al suo fianco, la sua compagna di classe Edith si stiracchiò rumorosamente levando le braccia verso l’alto e rovesciando all’indietro la testa con un sonoro scricchiolio d’ossa. Mancavano ancora alcuni minuti al suono dell’ultima campanella, ma il banco della ragazza era già completamente sgombro.

«Ci sarai, vero?», domandò rivolgendogli un’occhiata ammonitrice alla quale Art non badò minimamente.

«Dov’è che dovrei essere?».

«Serata live all’Evil Heaven; concerto di un gruppo cover che non conosco, prima ordinazione gratis e, dopo il gruppo, discoteca», recitò a memoria come se l’avesse appena letto da un volantino pubblicitario, «Mi sembra l’occasione perfetta per attirare fuori casa una certa persona di mia conoscenza e ricordarle che ha sedici anni e non settanta».

Continuando a mantenere lo sguardo sullo schermo del proprio tablet, Art annuì fingendosi distratto.

«Mh… Non lo so. La domenica sera ho l’abitudine di starmene in casa a lavarmi la dentiera…».

Gli arrivò una sberla sulla spalla.

«E dai, Art! Sono due settimane che non ti fai più vedere se non qui a scuola».

Le iridi vitree del ragazzo schermarono come sempre il divertimento che provava nel provocare gli sbotti di Edith attraverso frasi piene d’ironia, le restituì un’espressione completamente neutrale lasciando passare qualche attimo di meditato silenzio.

In realtà aveva già preso la sua decisione.

«Si tratta di un’iniziativa per attirare clienti. D’ora in avanti ci saranno serate periodiche con gruppi dal vivo. Potrebbe essere interessante, no?», infierì ancora la compagna.

Solo per il gusto di farlo, Art rimase in silenzio ancora per qualche momento fingendosi diffidente e poco interessato. Scoccò un’occhiata a Edith, lo stava fissando con un sopracciglio alzato.

«Mi sembra ovvio che verrò», dichiarò infine facendo chiaramente capire all’altra di averla presa in giro fino a quel momento.

Gli arrivò una seconda sberla, poi un sorriso soddisfatto incurvò le labbra di Edith quando questa realizzò davvero le sue parole.

«Facciamo alle nove lì davanti?».

Art annuì sorridendo a sua volta, «Perfetto».

In quel momento la campanella trillò.

 

 

 

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