Capitolo 2

CAPITOLO 2
Viola e nero

Art alzò il viso in direzione del soffitto e inalò una profonda boccata della pesante aria densa di alcol e sudore; nel farlo si sentì come ritornato in un luogo legato alla propria infanzia dopo tanti anni.

Sorrise.

Possibile che a qualcuno come lui potesse piacere tanto il caos psichedelico tessuto di musica e luci che solo l’Evil Heaven sapeva offrire?

Si rispose da solo: sì, possibilissimo.

In quel locale il suo io poteva trovare un luogo adatto a nascondersi, come una coltre di velo nero attraverso la quale poteva osservare senza essere visto. Lì poteva sentirsi se stesso e al contempo nessuno si sarebbe mai accorto di chi lui fosse realmente.

Quasi la discoteca volesse dargli il benvenuto dopo tanto tempo, le note metalliche di Falling Away From Me dei Korn presero a colare come un miasma dalle casse non appena lui varcò le porte d’entrata.

Chiudendo gli occhi, Art respirò quella musica.

«Muoviamoci! Troviamoci un posto a sedere prima che occupino tutti i divani!».

La voce di Edith a meno di mezzo metro da lui riuscì a malapena a sovrastare tutti gli altri suoni, la ragazza gli si attaccò al braccio in modo da guidarlo in mezzo al turbinio di luci e corpi che era la folla di clienti raccolta nella pista da ballo. Attraversarono trasversalmente l’intero locale fino a raggiungere il lato opposto, in cerca del punto ideale dal quale ammirare il palco al momento ancora deserto. A quel punto Art allungò una mano per tirare delicatamente una ciocca dei capelli ramati dell’amica richiamando così la sua attenzione, le indicò poi con un cenno del capo un divanetto libero poco lontano da loro e incastrato dentro una piccola rientranza del muro. Vi si accomodarono curandosi di occupare più spazio possibile nel tentativo di scoraggiare chiunque avesse avuto l’idea di andare a sedersi vicino a loro. Se c’era una cosa che Edith e Art condividevano, sicuramente era la scarsissima simpatia nei confronti degli estranei troppo invasivi.

Una nuova canzone dalle note ripetitive riempì l’atmosfera. Art ristette lunghi secondi ad ascoltarla con lo sguardo perso sulle le figure accalcate nella discoteca, cercando di decidere se quella melodia gli piacesse o meno.

No, non gli piaceva, era decisamente troppo monotona per i suoi gusti.

Stava quindi per estraniarsi dalla realtà come sempre faceva ogni volta che la musica non era di suo gradimento, quando Edith si alzò parandoglisi di fronte.

«Vado a prendere qualcosa da bere», disse chinandosi su di lui e appoggiandogli le mani sulle ginocchia, «Cosa vuoi?».

«Birra», disse semplicemente. L’altra annuì.

Per alcuni istanti rimase a fissarla nel mentre che si allontanava avventurandosi fra i fasci di luce viola della discoteca. Osservò con attenzione i suoi capelli mossi oscillarle contro la schiena, la corta gonna in stile dark che le fasciava i morbidi fianchi di ragazza, le gambe coperte da spessi collant viola intessuti da una fitta rete di arabeschi neri… e per un momento desiderò poter provare qualcosa nell’ammirarla, qualcosa che non fosse pura e semplice amicizia.

Per quanto il suo carattere fosse a volte un po’ troppo vivace per i gusti di Art, Edith era probabilmente l’unica persona al mondo che il ragazzo potesse chiamare “amica”. Aveva imparato a conoscerla e apprezzarla col tempo, passando svariati pomeriggi nella piazzetta dietro la scuola ad ascoltarla cantare e suonare la chitarra, semplicemente rimanendo in sua compagnia durante l’intervallo o addirittura accompagnandola per la città in cerca di un negozio che vendesse l’ultimo album di questo o quell’altro gruppo musicale. E senza che quasi se ne rendesse conto, aveva cominciato a discutere con lei di argomenti più impegnativi, argomenti che era arrivato a toccare solamente con sua madre. Da parte sua, Edith si era dimostrata letteralmente innamorata dello stile di disegno di Art, tanto che più di una volta lo aveva pregato perché le cedesse una delle sue opere o ne creasse una apposta per lei.

C’era una sorta di muta ammirazione reciproca a legarli, un’amicizia basata sull’equilibrio e la semplicità.

Tornando con l’attenzione alla pista da ballo, Art tornò anche con la mente al motivo per cui si trovava all’Evil Heaven. Osservò il palco deserto, gli occhi chiarissimi che gli si tingevano di colori diversi riflettendo le luci del locale, e improvvisamente sentì di essere deluso. Deluso dal fatto che quella sera non avrebbe potuto vedere Yurah.

Deciditi Artian: o sei deluso o sei sollevato.

Un sospiro, sordo in tutto quell’ammasso di suoni, si dissolse nell’aria quando il ragazzo inclinò all’indietro il capo in modo da farlo aderire allo schienale del divano. Chiuse gli occhi e subito il mondo reale scomparve insieme alle figure sfocate e alla musica assordante.

Con la mente trasportò se stesso in una stanza vuota e immersa nella semioscurità, una stanza che comunque riconobbe come l’Evil Heaven; i divanetti di finta pelle viola addossati ai muri del locale furono la conferma, così come il palco ricoperto di linoleum bianco ingrigitosi qua e là col passare del tempo e dei deejay. Su di questo erano orientati gli unici due occhi di bue accesi.

Qui, vi era lui.

Nel riconoscerlo, Art non si sforzò nemmeno di trattenere un sorriso. Sapeva bene che tutto ciò non era reale, ma che male c’era a fingerlo tale solo per pochi minuti, solo all’interno della sua testa?

Ricambiando il suo sorriso, Yurah impugnò il microfono e se l’avvicinò al viso.

«Puoi cantare per me solo un’altra volta?», chiese piano Art.

Il sorriso del ragazzo dagli occhi d’acciaio si allargò.

Si stava di nuovo facendo del male. Si stava imbottendo la testa di stupide, ridicole illusioni. Avrebbe fatto meglio a smetterla una volta per tutte…

Solo un altro po’, pensò stancamente. Voglio sognare solo un altro po’…

A quel punto le labbra dell’altro iniziarono a muoversi e parole che Art non riuscì a comprendere invasero la stanza. Parole prive di senso, parole senza una lingua che davano vita a una melodia tanto dolce e delicata che a confronto il suono di un’arpa sarebbe stato stridente come unghie sulla lavagna.

Note di strumenti invisibili accompagnarono la canzone di Yurah avvolgendo tutto come una coltre di nebbia all’interno della quale Art poteva perdersi, rapito da quella sua stessa fantasia.

Fu un improvviso senso di gelo al petto che lo indusse a ritornare rapidamente alla realtà.

Riaprì gli occhi e davanti a sé trovò Edith. Era vicinissima, in qualche modo era riuscita a infilarsi con i fianchi fra le gambe di Art e ora, china in avanti, lo fissava insistentemente mantenendo il viso a pochi centimetri dal suo, le iridi dorate che brillavano alla luce dei fari.

«Cosa stai facendo?», domandò trattenendo il respiro. Percepì l’imbarazzo colorargli le guance.

L’amica mosse la fredda bottiglia di birra lungo il suo petto fino a fargliela scivolare contro il collo inducendolo a rabbrividire.

«Ti seduco, no?».

Armato di tutto l’autocontrollo possibile, Art mosse il viso di lato per allontanare lo sguardo da quello della ragazza imponendosi intanto di rimanere calmo e controllato.

«…perdi tempo, allora».

L’espressione di Edith cambiò in qualcosa di simile alla curiosità. Si allungò su di lui fino a sfiorargli una guancia con la punta del naso.

«Quindi, se ora ti baciassi, non avresti nessuna reazione?».

Questa volta Art non riuscì a evitare di guardarla. Fissò i propri occhi vitrei in quelli di lei… e realizzò che, oltre all’imbarazzo nel trovarsi tanto vicino a un’altra persona, non c’era nient’altro. Nulla. Vuoto. Indifferenza.

Il suo sguardo si fece d’un tratto spento e lontano.

«Nessuna, mi dispiace», la sua voce uscì bassissima, eppure in qualche modo l’amica riuscì ad udirlo perfettamente nonostante la musica a tutto volume. Lo fissò in silenzio per alcuni istanti, poi, semplicemente, scoppiò a ridere.

Sconcertato, Art la squadrò mentre gli si accasciava addosso ridendo contro il suo petto come una bambina.

«Puoi spiegarmi cosa stavi cercando di fare?», chiese tirandole piano una ciocca di capelli.

Quand’ebbe finito di ridere, Edith si risollevò per poi scivolare al suo fianco e accomodarsi contro lo schienale con le ginocchia stretta al petto, incurante se la gonna fosse o meno troppo corta.

«Dunque è vero», sorrise.

Art inarcò un sopracciglio, «Vero cosa?».

«Che sei gay».

Gli occhi di lui si spalancarono in quella che probabilmente fu la prima vera espressione di sorpresa che sfoggiava da quando si conoscevano.

«Prego?».

Edith scoppiò di nuovo a ridere, «Il modo in cui hai reagito poco fa ne è la conferma. Le cose sono due: o hai già una ragazza o non t’interessa averla, e dato che da quando ti conosco non ti ho mai visto frequentare il gentil sesso, direi piuttosto la seconda».

«Ah-ah», annuì lui riuscendo finalmente a distendere i muscoli delle spalle, «E non pensi che, magari, non m’interessi avere una ragazza semplicemente perché in questo momento non la voglio?».

«Andiamo, Art. A quale sedicenne non interesserebbe avere la ragazza?».

Fece finta di pensarci, «Magari un sedicenne a cui piace starsene per conto suo».

«O magari un sedicenne gay», concluse allegramente Edith.

Per tutta risposta, Art si limitò a sbuffare.

La sua amica riuscì però a sorprenderlo ancora una volta, si allungò verso di lui e gli baciò affettuosamente una guancia lasciandogli sulla pelle un alone appiccicoso di lucidalabbra.

«Non hai bisogno di fingere con me, Art».

Non aggiunse altro e spensieratamente tornò a sondare la folla davanti a loro. Art pensò di risponderle in qualche modo, probabilmente l’avrebbe anche fatto, se solo la voce del deejay non fosse esplosa per tutta la discoteca impedendogli di parlare.

«Vi siete scaldati, ragazzi? Siete carichi?!», un urlo si levò in risposta, «Sapete che ore sono? È l’ora in cui per la prima volta, qui sul palco dell’Evil Heaven, avremo una vera e propria band in esibizione!».

Un boato proruppe quando il gruppo in questione avanzò sul palco salutando la folla come fosse stata comporta tutta da loro amici. Al fianco di Art, Edith si agitò sul divano.

«Sono loro, Art! Chissà che genere di musica suonano…».

Il ragazzo concentrò la propria attenzione sul palco cercando di mettere a fuoco le figure attraverso i fasci di luce colorata che attraversavano la sala come tanti coltelli impazziti. Contò quattro persone: batteria, basso, tastiera e cantante con chitarra.

Vagliò con attenzione l’intero gruppo in modo da catturare a grandi linee i tratti caratteristici di ognuno. Il primo sulla destra, quello alla batteria, sembrava essere il più giovane; portava i capelli color del miele tagliati molto corti e sparati in ogni direzione, una piccola ciocca più lunga delle altre e intrecciata con delle perline colorate gli pendeva dalla tempia sinistra conferendogli un aspetto vagamente infantile. Alla tastiera si sistemò un ragazzo orientale dall’aria matura e pacata, con lisci capelli nerissimi tinti di rosso sulle punte e occhi che da quella distanza parevano quasi due pozzi scuri privi di colore. Per quanto riguardava il bassista, invece, una folta chioma di capelli bruni gli ricadeva come tante piccole onde lungo il viso e sul collo, fino alle spalle; un piccolo pizzetto gli donava un che di frivolo e scherzoso, in forte contrapposizione con la sua incredibile altezza e le spalle larghe e robuste. Lo sguardo di Art si posò infine sul cantante e chitarrista, era più avanti rispetto agli altri, proprio sul bordo del palco, dunque poté osservarlo bene. Aveva anche lui i capelli neri, scalati e portati più lunghi sul collo. Attraverso la maglietta scura che gli fasciava torace e addome, si potevano intuire le curve di muscoli scolpiti ma non esageratamente gonfi, segno di un fisico ben formato e abituato al movimento. Lo vide poi sollevare la mano destra in segno di saluto, il microfono stretto nel pugno, e per un fugace momento i giochi di luce concentrati sul palco misero in risalto la pelle chiara e tesa attorno ai muscoli delle sue braccia nude.

Di certo, l’intero gruppo non aveva di che lamentarsi per quanto riguardava bellezza e presenza sul palco. Ma per quanto gli altri componenti della band possedessero, ognuno in modo diverso, un fascino totalmente particolare, l’attenzione di Art non riuscì a distogliersi mai completamente dalla figura del cantante.

Improvvisamente ebbe la sensazione di averlo già visto prima.

Fu mentre realizzava quel pensiero che senza preavviso il giovane sul palco voltò di scatto la testa nella sua direzione trafiggendolo con lo sguardo, quasi avesse avvertito gli occhi di Art toccargli la pelle. Ebbe un brivido gelido e immotivato quando quelle iridi sconosciute, ora innaturalmente viola a causa delle luci, si piantarono nelle sue squadrandolo, sondandolo. Incapace di volgere il viso altrove, il ragazzo ristette immobile, i muscoli tesi in tutto il corpo e i nervi tutto d’un tratto a fior di pelle, mentre una sorta di mano invisibile gli si appoggiava fra le scapole e lo accarezzava con lentezza lungo l’intera spina dorsale. Fu come avere qualcuno appoggiato alla schiena.

Deglutì a fatica.

No, fu come avere qualcuno appoggiato a ogni parte del corpo.

Perché mi fissa in quel modo?

Avrebbe voluto abbassare gli occhi. Perché non riusciva a farlo? Gli sarebbe bastato voltare la testa da qualche altra parte e fingere che qualcosa avesse attirato la sua attenzione, avrebbe potuto semplicemente abbassare lo sguardo sulla bottiglia di birra che ancora reggeva fra le mani poco prima di portarsela distrattamente alle labbra, oppure…

Finì con la stessa subitaneità con cui era iniziata. Il cantante tornò a dedicarsi al pubblico, dunque si girò per scambiare alcune battute con il deejay come se non avesse mai guardato nella sua direzione e Art fu finalmente libero da quell’inquietante sensazione di freddo ipnotico. Si erano fissati solamente per pochi attimi, ma a lui era sembrato molto, molto di più.

«Buonasera a tutti», il cantante levò nuovamente una mano in direzione del pubblico e sorrise in tralice, «Per voi… In Front of Me».

 

La musica si levò e qualsiasi altro rumore venne sottomesso al suo istantaneo incantesimo, tutta la sala smarrì pian piano la voce sprofondando nell’ascolto di un singolare effetto sonoro accompagnato da un leggero sottofondo di batteria. Le note, lente e sinistre, si modellarono con quelle delicate e metalliche dei piatti. Infine, con esse si levò anche la voce del cantante.

«Why can’t I see
What’s in front of me?
Why can’t I see
What’s in front of me?».

Qualcosa, nel timbro di quella voce, fece accapponare la pelle ad Art. Era basso, pacato, pareva modulato apposta non per impressionare, ma per ammaliare chi l’ascoltava. Si rese conto, per la seconda volta, di non riuscire a staccare gli occhi dal tizio che sovrastava la folla mormorando quelle parole enigmatiche come fossero un dolce veleno. Nuovamente, ne rimase ipnotizzato.

«I see the doors that I can’t open
Adding locks from time to time
When it opens, something blocks me
And I’m asking myself why».

Un flebile singulto premette per uscire quando la musica gli penetrò fin dentro al petto trasmettendogli le vibrazioni delle casse vicine. Non era solo la voce del cantante a rendere quella canzone travolgente come un’onda, realizzò, bensì l’insieme intero di strumenti e parole; ogni singola nota era resa concreta come un battito cardiaco dalle voci elettroniche della chitarra e del basso che, danzando insieme a profonde detonazioni e leggeri tintinnii di batteria, riempivano l’aria con contorti effetti sonori, piegandosi e stridendo nell’assecondare le variazioni d’intonazione della voce avvolgente del vocalist.

«Was it really worth the journey?
Was it just a foolish task
I feel sorry for myself
When I open up my eyes…
And I fall into a hole
And I can take no more».

Sul finale, gli accordi a chitarra si fecero più marcati e violenti, un turbinio di note, parole ed effetti che si diffusero per l’Evil Heaven portando il pubblico sottostante al palco a urlare per l’emozione.

Poi tutto si placò d’improvviso riducendosi a pochi lunghi lamenti di tastiera e chitarra. L’eco della musica ancora non era del tutto dissolto che la folla si scatenò con urla e fischi, chi trovandosi in prossimità del palco che tentava addirittura di allungare le braccia nel vano tentativo di sfiorare il cantante. Le acclamazioni non durarono più di mezzo minuto, però, perché la canzone successiva arrivò rapida a zittirle tutte. Art non aveva mai assistito a nulla di simile: mai era capitato che un intero pubblico ammutolisse completamente durante un concerto, come se non bramasse altro che la sola voce di cantante e strumenti. Anche lui, d’altro canto, era rimasto stregato dalla presenza del giovane sul palco. Non avrebbe saputo spiegarne l’effettivo motivo, eppure percepiva una sorta di attrazione nei suoi confronti, un richiamo fisico, un risucchio in direzione di quegli occhi violetti che più di una volta durante la canzone erano guizzati nella sua direzione.

Solamente quando il gruppo abbandonò momentaneamente il palco per una pausa e il cantante fu scomparso dalla sua vista, Art si riscosse realizzando con sconcerto di non aver distolto lo sguardo dalla sua figura per un solo attimo durante l’intera esibizione.

Abbassò rapido lo sguardo ammiccando in direzione del pavimento.

…cos’era appena successo?

A pochi centimetri dal suo orecchio esplose un fischio fortissimo: era Edith.

«Fantastici! Quei quattro sono fantastici!».

Si era messa in ginocchio sul divanetto, la mano serrata attorno alla spalla di Art in modo da avere un appiglio che le impedisse di perdere l’equilibrio.

«Hai sentito che voce? E la batteria…!»

Nell’attesa che la pausa volgesse al termine, l’Evil Heaven tornò momentaneamente alla sua originaria funzione di discoteca proponendo musica elettronica sulla quale ballare, tuttavia Edith non parve nemmeno lontanamente toccata dall’idea di andare a buttarsi nella mischia, preferendo invece rimanere stravaccata sul divanetto a elogiare questo e quell’altro arpeggio. La presa sulla spalla di Art si fece poi più decisa, tanto da indurlo a voltarsi.

Edith stava sorridendo.

«Però… erano davvero carini, vero?».

Una frecciatina, una provocazione, qualcosa che avrebbe benissimo potuto eludere con una delle sue solite risposte evasive, sapeva però che prima o dopo l’amica sarebbe tornata ancora all’attacco, almeno finché non le avesse dato una risposta chiara su quella questione. Decise che non sarebbe servito a niente continuare a mantenersi sul vago con Edith.

«Carini?», disse regalandole uno dei suoi rari sorrisi, «Erano uno più bello dell’altro», ammise infine.

La ragazza parve sinceramente soddisfatta della risposta e finalmente tornò a sedersi lasciandolo andare.

Passarono il resto della pausa senza dirsi altro, ascoltando nel mentre le canzoni che una dopo l’altra si susseguivano dalle casse appese tutt’attorno alle pareti, alcune parecchio gradevoli, altre decisamente pessime per le orecchie di Art. Infine, i membri della cover band fecero ritorno sul palco ad ammaliare l’intera discoteca con la loro musica.

Fu un concerto meraviglioso. Ogni singola canzone piacque al ragazzo in modo esagerato; note, pause e parole parevano sistemate nelle melodie con casualità, eppure ognuna di esse riusciva a cadere nel punto giusto con una perfezione affascinante.

Quando alla fine l’esibizione giunse al termine cedendo definitivamente il posto alla musica da discoteca, Art si alzò dal divano raccattando giacca e tracolla.

«Undici meno un quarto», annunciò leggendo l’ora sullo schermo dell’hologear, «Io torno a casa».

«Ma come? Proprio ora che si balla?».

Rivolse all’amica una distratta stretta di spalle, «Coprifuoco entro le undici e mezza, mi dispiace».

Dovette riuscire a essere particolarmente convincente perché Edith non tentò oltre di trattenerlo, gli sorrise invece, augurandogli la buonanotte; lei sarebbe rimasta ancora un po’ in attesa dell’arrivo di alcuni suoi amici con i quali sarebbe poi andata a bere qualcosa.

Una volta fuori dall’Evil Heaven, una ventata d’aria fredda lo investì riempiendogli i polmoni a ogni respiro, quell’immediato sbalzo di temperatura ebbe su di Art l’effetto di un calmante. Lo spazio aperto e i suoni ovattati della notte furono un ottimo rimedio per i battiti accelerati del suo cuore. Lentamente, si avviò verso la fermata dell’elettrobus che lo avrebbe riportato a casa.

Notò con piacere che quella serata all’insegna dello svago stava giovando non poco al suo buon umore: non un pensiero negativo, non una preoccupazione, nemmeno ora che si trovava da solo nel silenzio della strada.

 

«Ehi», immerso com’era nei propri pensieri, Art nemmeno si rese conto che qualcuno lo stava chiamando.

«Ehi, ragazzino».

Si sentì toccare una spalla e con un sussulto si voltò di scatto, l’improvvisa quanto allarmante convinzione di essere in pericolo che s’impadroniva di lui come un secondo scheletro all’interno delle sue carni. La paura finì però a infrangersi con la stessa rapidità con cui si era solidificata non appena riconobbe la persona davanti a lui.

Era il cantante del gruppo di poco prima, realizzò con sorpresa.

«Siamo nervosetti?», lo schernì il giovane ritirando la mano con la quale l’aveva sfiorato.

Ora indossava una semplice giacca di pelle nera, decorata sul petto e attorno alle maniche da strisce di cerniere finte, mentre in spalla reggeva la propria chitarra ben chiusa in una rigida custodia dalle sfumature scure e indefinibili sotto la luce artificiale dei lampioni. Aveva l’espressione di chi sta cercando di decifrare degli ideogrammi sconosciuti, forse perché in attesa di una qualche reazione da parte di Art. L’unica risposta che il ragazzo riuscì a dargli, tuttavia, fu solo un lungo, immobile, silenzioso sguardo.

«Devo aver beccato l’unico cliente muto di tutto l’Evil Heaven», mormorò incrociando le braccia al petto.

«Come scusa?».

«Ah. Allora sai parlare».

Per un momento Art credette di non aver realmente avuto quello scambio di battute, ma di esserselo solo immaginato.

Me è serio?

Provocato dal persistente mutismo di Art, il cantante si lasciò sfuggire una smorfia sbieca, una specie di sorrisetto divertito accompagnato da un movimento della mano. Fu un gesto fatto con una scioltezza tanto particolare da portarlo a constatare che quel giovane, a differenza di quanto aveva creduto, possedeva un’età ben maggiore della sua; dieci o forse addirittura dodici anni in più.

«Ti ho notato dal palco. O meglio, ho notato le occhiate strane che mi hai lanciato per tutta la sera».

Qualcosa di simile all’imbarazzo suggerì ad Art di distogliere lo sguardo. Non lo fece. Per la prima volta, invece, si decise a guardarlo direttamente negli occhi rendendosi conto con sconcerto che le sue iridi erano davvero viola.

«Stavo solo seguendo il concerto», disse pacatamente nascondendo i veri pensieri sotto un guscio d’indifferenza, «Se non ti piace essere guardato, ti consiglio di cambiare passatempo».

Scorsero alcuni attimi di silenzio durante i quali Art non distolse mai lo sguardo dall’altro. Non perché non volesse farlo, ma perché non poteva: qualcosa di magnetico, in quelle iridi che passavano dalle tinte più delicate del lilla fino al viola più intenso, gli impediva di dirigere l’attenzione altrove. Esattamente com’era accaduto durante il concerto.

Ma che diamine gli stava prendendo?

Il cantante lo fissò ancora per poco, poi sorrise in quel modo ferino che gli aveva visto fare poco prima dell’esibizione.

«Sei un ragazzino interessante…», ne parve quasi sorpreso, «Come ti chiami?».

Art aggrottò le sopracciglia in un’espressione di diffidenza, «Non dovresti presentarti prima tu visto che sei stato il primo a rivolgermi la parola?».

Il sorriso dell’altro si allargò fino a trasformarsi in una bassa risata.

«Mi sembra giusto», ammise recuperando la sua fredda compostezza, «Mi chiamo Ocean Morgensen. Con chi ho il piacere di parlare?».

Dopo un primo, silenzioso momento d’esitazione, Art decise di presentarsi anch’esso col suo nome completo.

«Artian Taner».

Un’espressione soddisfatta prese forma sul viso di Ocean, «Bene, Artian. Conosco un posto dove si mangiano delle torte niente male, che ne dici di accompagnarmi?».

Per l’ennesima volta il ragazzo si ridusse al mutismo, incredulo e diffidente, incapace di comprendere quali ragioni movessero l’atteggiamento singolare del suo interlocutore. Finì col rispondere alla domanda di Ocean con un’altra domanda.

«Ci stai… provando con me?».

L’altro sollevò le sopracciglia in segno di sorpresa, «No, non direi».

«E allora perché?».

«Perché cosa?».

Si strinse nelle spalle, «Perché mi proponi di venire con te?». A quella domanda la sorpresa del giovane si trasformò in genuino divertimento, lasciò ricadere le braccia lungo i fianchi ridacchiando.

«Hai intenzione di rimanere sulla difensiva ancora per molto?», chiese rivolgendogli uno sguardo che esprimeva finta esasperazione, «Non voglio farti niente».

«Mi dispiace, devo tornare a casa. Fra poco passa il mio elettrobus».

Fece per andarsene, ma Ocean lo trattenne per un braccio facendo scattare in avanti la mano in modo talmente repentino che Art sobbalzò al suo tocco una seconda volta. Il cantante se ne accorse e lo lasciò subito andare.

«Dove abiti?», gli chiese riprendendo le distanze.

Stanco di tentare d’interpretare quel comportamento assurdo, Art si arrese ad assecondarlo con un’informazione vaga.

«Vicino Strada Vecchia, perché?».

Ocean sembrò rimuginare su qualcosa per alcuni attimi, dopo di che sorrise trionfante, «Benissimo. Con l’elettrobus ci metteresti non meno di trenta minuti, giusto? In più il prossimo passa solo fra un quarto d’ora, quindi abbiamo tutto il tempo».

«E tu in un quarto d’ora vorresti andare a mangiare una torta da qualche parte e ritornare qui in tempo?».

La risata proruppe nel petto dell’altro con un’ilarità tale che per un attimo perse la sua aria da creatura misteriosa, «Ovvio che no. Ti riporterò a casa io esattamente fra quarantacinque minuti come se avessi davvero preso l’elettrobus. Con la moto ci metteremo un attimo».

«…moto?».

«Ocean!», una giovane voce risuonò in quel momento nella strada impedendo ad Art di ricevere una spiegazione. Entrambi si voltarono; un ragazzo camminava rapido nella loro direzione facendo saltare lo sguardo dall’uno all’altro. In lui Art riconobbe il batterista dai capelli biondi. Anche osservandolo da vicino non riuscì a stimare con certezza la sua età; capì di essere più piccolo di lui, ma di quanti anni esattamente non avrebbe saputo dirlo.

«Tutto bene?». Parlò con esitazione.

«Non preoccuparti, Zack. Stiamo solo andando a mangiare qualcosa».

Ci fu uno scambio di sguardi tra i due musicisti, dopo il quale Ocean si sfilò la chitarra di spalla e la porse all’altro.

«Già che ci siamo, ti lascio questa. Passo a prenderla più tardi».

Il batterista annuì prendendo in custodia lo strumento e finalmente si decise a rivolgere ad Art un cenno di saluto al quale lui rispose con un impercettibile movimento del capo.

«Vogliamo andare?», domandò Ocean scivolando con lo sguardo su di lui, che ancora guardava Zack mentre se ne ritornava all’Evil Heaven fischiettando una canzone a lui sconosciuta. Si sentì afferrare per un braccio, ma quando realizzò di essere stato trascinato via, già si trovavano all’imboccatura della via laterale alla discoteca. All’interno di questa era stata parcheggiata una Kawasaki nera e del tutto anonima, nessuna sigla che ne determinasse il modello spiccava sul serbatoio o su qualsiasi altra parte della fiancata.

Incuriosito da tale particolarità, Art si soffermò con l’attenzione sul mezzo per un lungo momento.

A questo deve piacere davvero tanto il nero…

«Trovo che sia un bel colore, sì», confermò all’improvviso Ocean avvicinandosi alla moto.

Lui si bloccò nel bel mezzo della strada.

Ma cosa…?

Una bassa risata, «Tranquillo, non leggo nel pensiero. L’espressione che hai fatto è stata abbastanza esplicativa».

Era la prima volta che Art si sentiva dire una cosa simile. Non aveva mai immaginato che qualcuno un giorno sarebbe stato capace di capire i suoi pensieri solo guardando una semplice espressione del suo viso. Si disse che, probabilmente, aveva lasciato trapelare il proprio stato d’animo senza nemmeno accorgersene e smise di pensarci quasi subito.

«Forse non hai capito bene: io non ti ho mai detto ‘sì’», disse nel mentre che Ocean montava a cavalcioni della moto. Questi lo ignorò.

«Se non ti muovi rischi di arrivare tardi a casa, sai?».

«Mi stai ascoltando?».

Il giovane mise in moto e sollevò il cavalletto, «Sinceramente no. Non ho intensione di lasciarti andare in ogni caso».

Senza aggiungere altro, Art si voltò e riprese a camminare in direzione della fermata dell’elettrobus, aveva perso già troppo tempo con quel tizio assurdo e non aveva nessuna intenzione di perdere la corsa per il capriccio di qualcuno che non conosceva nemmeno.

Il rombo di un motore esplose alle sue spalle e in meno di pochi attimi la Kawasaki gli sfrecciò a fianco per poi inchiodare davanti a lui e sbarrargli la strada.

«Andiamo», insistette Ocean rizzando la schiena, «Non ti mangio mica».

«Non è di certo quella, la mia paura», ribadì pacatamente Art.

Superò la vettura sperando di essere lasciato in pace una volta per tutte, ma così non fu.

«Solo una fetta».

Si voltò aggrottando le sopracciglia e ciò che trovò fu un sorriso provocante, «Solo una fetta di dolce e poi ti riporto a casa sano e salvo», promise tendendo una mano verso di lui come a invitarlo.

Quel gesto ebbe come l’effetto di un interruttore che scatta, o di una voce conosciuta che ti rimbalza nella testa nel silenzio più totale.

Non seppe con precisione cosa accadde, ma guardando quella mano, quel sorriso e, soprattutto, quegli occhi dal colore tanto strano, tutta la diffidenza di Art si dissolse perdendosi nella curiosità di scoprire cosa sarebbe accaduto se avesse accettato l’invito. Qualcosa in Ocean stava risvegliando il suo interesse, e per la prima volta da quando aveva memoria provò il desiderio di avvicinarsi a qualcuno e conoscerlo. Qualcuno che non fosse Yurah.

Fu così che senza nemmeno rendersene conto, senza chiedersi il perché, Art sollevò il braccio e afferrò la mano fredda e grande del giovane, la quale avvolse immediatamente la sua tirandolo gentilmente verso la moto.

«Niente casco?», azzardò montando goffamente in sella alle spalle di Ocean.

«A quest’ora non c’è mai nessuno a controllare. Ora reggiti forte».

Il motore della Kawasaki emise un basso ringhio e la vettura partì con una sgommata guadagnando immediatamente velocità. Uno scatto di paura spinse Art ad affondare le mani nei fianchi di Ocean quando questi, un centinaio di metri dopo, affrontò una curva senza decelerare. Il vento gli fischiava nelle orecchie impedendo l’accesso a qualsiasi altro suono, ma riuscì comunque a percepire la schiena dell’altro vibrare in quella che gli parve essere una risata. Si sforzò d’ignorarlo e concentrarsi piuttosto sul mantenere una discreta distanza dalla sua schiena seppur continuasse a mantenere una presa ben salda sul lembo della giacca di pelle.

Con suo grande sollievo il viaggio durò solo pochi minuti, si fermarono infatti a qualche decina di isolati di distanza dall’Evil Heaven, proprio davanti a una piccola tavola calda dall’aspetto malconcio ma al tempo stesso vivace. Il motore si spense e i rumori della notte tornarono ad avvolgerlo.

«Zachary, il ragazzo che hai visto prima, viene sempre qui. Dice che fanno dei dolci ottimi», spiegò Ocean smontando dalla moto e, voltatosi, gli tese una mano. Non poté che essere grato a quell’aiuto che gli permise di scendere dal sellino senza cadere a terra in quella che sarebbe stata di certo una delle figure più patetiche della sua vita.

Allora voleva davvero portarmi a mangiare qualcosa, pensò gettando un’occhiata indagatrice alla vetrata della tavola calda.

Quella situazione stava diventando sempre più assurda…

Entrarono e l’interno del locale si rivelò caldo e accogliente, arredato con piccoli tavolini tondi in metallo e poltroncine imbottite di plastica rossa. Non c’era nessun altro oltre a loro e una cameriera dall’aria assonnata intenta a sfogliare un quotidiano di due giorni prima.

«Cosa vi porto?», chiese quella alzando poi lo sguardo dalla pagina per dirigerlo sui due una volta che si furono accomodati al tavolo più vicino. Ocean guardò Art senza dire niente e con un cenno gli cedette la parola.

«Strudel, grazie», ordinò restituendo lo sguardo. Quando capì che Ocean non avrebbe aggiunto altro si accigliò.

«Non prendi niente tu?».

Una scrollata di spalle accompagnò la risposta, «Non ho fame».

Una manciata di minuti più tardi, la cameriera tornò con il dolce. Lo posò al centro del tavolino dove, con un gesto lentissimo, Ocean lo spinse sotto il naso di Art.

«Buon appetito». Fece un sorriso sghembo, incrociando le dita sotto al mento e appoggiandosi coi gomiti al tavolo.

Un’occhiata interrogativa fu tutto ciò che Art fece per indagare, e quando per risposta ricevette solo un cenno del capo fatto per incoraggiarlo a mangiare, decise di lasciar perdere e dedicarsi alla propria ordinazione. Affondò la forchetta nella morbida pasta sfoglia ricoperta di zucchero a velo, raggiungendo i pezzettini di frutta cotta al suo interno che tanto gli piacevano. Il dolce si rivelò squisito, così come Ocean gli aveva promesso, appena un po’ caldo e dalla crosta croccante, ma riuscì a mangiarne solo due bocconi prima di fermarsi sentendosi infinitamente stupido e imbarazzato sotto lo sguardo immobile dell’altro che fino a quel momento aveva seguito ogni suo gesto ininterrottamente.

«Potresti smetterla?», chiese infine alzando gli occhi dal piatto.

«Di fare cosa?».

«Di fissarmi in quel modo, è imbarazzante».

Ocean sorrise sfoggiando un’espressione sorniona, «Ora capisci come mi sentivo io mentre cantavo».

Sotto la luce al neon della tavola calda, le iridi del giovane si erano improvvisamente fatte più chiare, di un colore che ricordava ad Art i grappoli di glicine.

«Artian Taner…», sussurrò poi il cantante, «È un nome particolare. Medio orientale, giusto?».

«Turchia», annuì lui, «La famiglia di mio padre veniva da lì», spiegò poi con una scrollata di spalle.

«A te però non piace, dico bene?».

Per la seconda volta, Art rimase interdetto dalla capacità d’intuizione di Ocean.

«Non è il nome a non piacermi, ma la reazione stranita che solitamente hanno le persone quando lo sentono o lo leggono da qualche parte. Per questo preferisco essere chiamato semplicemente ‘Art’».

Una breve e contenuta risata sfuggì alle labbra del cantante, non fu né beffarda né di disprezzo, semplicemente una risata.

«A me non dispiace. Mi piacciono i nomi esotici», i suoi occhi si fecero all’improvviso vacui come quelli di chi è intento a ricordare qualcosa di piacevole. In quel momento Art pensò che, forse, Ocean era davvero solo il cantante di una band il cui desiderio era di fare due chiacchiere con qualcuno davanti a una fetta di torta. Quando questi tornò a fissarlo dritto negli occhi sfoggiando nuovamente quel suo particolare sorriso efferato, però, il dubbio che dietro al viola delle sue iridi si nascondesse qualcosa di pericoloso lo attanagliò di nuovo.

«Frequenti spesso l’Evil Heaven, Art?».

La domanda lo prese alla sprovvista, immerso com’era a valutare la reale persona di Ocean, impiegò quindi alcuni attimi a realizzare e rispondere.

«Quasi ogni settimana».

«Però non ti piace ballare». Non era una domanda, notò.

«Chi ti dice che…?».

«Te ne sei andato non appena finito il concerto e durante la pausa non ti sei mai mosso dal divano. Ne ho dedotto che non t’importasse ballare».

A tale spiegazione, Art ammiccò interdetto rendendosi rapidamente conto di avere davanti a sé una persona con capacità d’osservazione pari alle sue o addirittura superiori.

Interessante.

«Allora non sono stato l’unico a osservare qualcuno per l’intera serata», constatò cercando di non sbilanciarsi dalla propria calma apparente.

Ocean sollevò appena l’angolo della bocca e si strinse nelle spalle in un gesto più che eloquente.

‘Mi hai scoperto’.

«Comunque no, non amo ballare», proseguì lui abbassando per un momento gli occhi sul proprio piatto lasciato a metà, «Vado all’Evil per la musica».

«Vai in discoteca tutte le settimane e l’unica cosa che fai è ascoltare la musica?».

Annuì.

Riusciva a percepire lo sguardo di Ocean puntato addosso anche mantenendo gli occhi bassi sulla fetta di dolce dalla quale stava rigidamente staccando un nuovo pezzo. Evitò di guardarlo finché non ebbe masticato e deglutito il boccone.

«Tu, invece?», azzardò sollevando infine gli occhi, «Concerti a parte, giri spesso per l’Evil?».

In attesa della risposta si soffermò un momento di più a studiare i lineamenti del giovane seduto davanti a lui. La sensazione di averlo già visto prima tornò a galla come un ricordo confuso difficile da afferrare.

«Non spesso quanto te. Dovevo un favore alla proprietaria, quindi non appena ha saputo che ero disponibile mi ha mollato una chitarra in mano e mi ha messo sul palco».

La breve spiegazione terminò con una scrollata di spalle, chiaro segno che non sarebbero stati raccontati altri particolari nemmeno sotto richiesta.

Continuarono in questo modo per tutto il tempo che Art impiegò a consumare la sua ordinazione, ponendosi domande a vicenda e rispondendosi per lo più con frasi succinte e mantenute sul vago, come se entrambi stessero cercando di capire qualcosa di più sull’altro senza però scoprirsi troppo nel mentre.

Affrettandosi quindi a ingoiare anche l’ultimo boccone di strudel, il ragazzo si augurò che quella discussione finisse presto. Sentiva come il bisogno di allontanarsi immediatamente, ma al tempo stesso un filo invisibile lo attirava vicino a Ocean impedendogli di tenere lo sguardo troppo a lungo lontano dai suoi occhi freddi e immobili.

«Ora dovrei tornare a casa», azzardò a dire. Temette che da un momento all’altro il suo accompagnatore avrebbe cambiato idea rimangiandosi la promessa di riaccompagnarlo a casa, ma così non fu. Alzandosi, il cantante gettò un’occhiata all’orologio digitale appeso dietro al bancone della tavola calda.

«Sì, è ora», biascicò pensieroso a bassa voce, quasi si stesse rivolgendo a se stesso.

Pagò l’ordinazione di Art, dopo di che tornarono alla moto.

Stringendosi alla giacca, il ragazzo si rese conto che con l’avanzare della notta l’aria si stava facendo sempre più fredda; si chiese se sarebbe resistito all’aria gelida che la velocità della Kawasaki gli avrebbe sputato contro il viso.

Il rombo del motore l’avvertì che in pochi istanti sarebbero partiti, si affrettò dunque a stringere fra le dita la giacca di Ocean.

«Tranquillo, non cadi», lo schernì l’altro, «A meno che tu non ti voglia buttare di tua volontà».

La risata che seguì non aiutò a farlo rilassare, non ebbe però il tempo di farlo notare a Ocean, perché la moto partì improvvisamente acquistando subito velocità e facendo della priorità di Art quella di reggersi al sellino con tutta la forza che possedeva nelle gambe. Sfrecciarono nella notte superando una curva dopo l’altra, il vento che li avvolgeva trasportandoli in una dimensione priva di qualsiasi suono al di fuori del rombare del motore e dell’aria stessa che sferzava i loro corpi. Questa volta il viaggio durò qualche minuto in più, dando ad Art il tempo necessario per prendere un pochino di fiducia nel veicolo e nella persona che lo stava guidando a tutta velocità.

Quando furono nei pressi di Strada Vecchia, Ocean rallentò.

«Dov’è che vivi esattamente?», chiese voltando appena la testa nella sua direzione così da poter sentire meglio la risposta.

«Lasciami qui».

Lentamente la moto si fermò. Non senza qualche difficoltà Art smontò dal sellino; questa volta non fu aiutato, ma riuscì comunque a rimanere in piedi.

«Non riesco ancora a capire se devo ringraziarti o no», disse poi voltandosi verso Ocean. Il freddo gli aveva intorpidito le mani e i muscoli del viso, ma fu abile a nasconderlo.

«Ringraziami», fu la risposta.

Aggrottando le sopracciglia, Art esitò per alcuni attimi prima di mormorare un debole ed esitante, «Grazie».

L’espressione che arrivò in risposta lo gelò. Ocean stava sorridendo, ma in quel gesto non vi era nulla di gentile o buono, era freddo tanto quanto gli occhi che ora lo stavano inchiodando sul posto.

«Prego», sussurrò appena.

Un serpente di aria gelida e pungente gli scivolò lungo la schiena facendogli accapponare la pelle. Aveva finalmente trovato la forza per compiere il primo passo verso casa quando, senza alcun preavviso, Ocean si allungò verso di lui e, afferrandolo per il colletto, se lo tirò vicino. Art si ritrovò a pochissimi centimetri dal suo viso. Non riuscì a parlare, né tantomeno a ribellarsi, rimase semplicemente immobile e inerte lasciando che quelle iridi ora di un viola scurissimo penetrassero nelle sue, chiare e spaventate, sondandolo oltre quella coltre di falsa indifferenza tutta d’un tratto incrinata dal timore. Passarono interminabili secondi in quella posizione, poi, lentamente, fu lasciato andare.

«Cosa…?», la sua voce era appena udibile.

«Volevo solo controllare una cosa», rispose atono Ocean sistemandosi sulla moto, «Passa una buona nottata», augurò infine dando gas pronto a partire.

«Aspetta…!».

Come se il suo corpo fosse stato mosso da un’altra persona, Art scattò un avanti allungando una mano verso di lui. Questi rimase immobile fissandolo.

«Perché hai insistito tanto per portarmi con te?».

La risposta fu enigmatica quanto l’espressione intensa che il cantante mostrò. Per un fugace attimo, parve quasi fosse incerto delle sue stesse parole.

«Volevo capire che genere di persona sei».

Una potente sgasata proruppe dal motore della moto quando Ocean accelerò improvvisamente piantando Art in asso con lo sguardo perso nel vuoto, senza nemmeno dargli il tempo di ribattere. La Kawasaki nera si allontanò rapidamente lasciando nell’aria solo un ringhio profondo e vibrante, che in pochi attimi si dissolse nel nulla abbandonandolo da solo nel silenzio della strada.

Una vocina dentro la testa di Art iniziò a gridare. Si sentiva come se avesse appena rischiato la vita.

 

 

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